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1959, l’anno d’oro del jazz (quarta parte)
Mentre il 1959 volge al termine il pianista Thelonious Monk e il trombettista Miles Davis registrano due dischi che hanno avuto una fondamentale importanza per la definizione di uno specifico lessico espressivo, tributari in varia misura della musica tradizionale o popolare americana ed europea. Thelonious Monk incide il disco in piano solo “Alone in San Francisco” in due sedute, 20 e 21 ottobre del 1959, organizzate dal produttore dell’etichetta Riverside Orrin Keepnews presso la Fugazi Hall della città californiana. La scaletta include composizioni originali, tra le quali “Blue Monk”, “Ruby, My Dear”, “Pannonica” e “Reflections”, e standard tra cui “Everything Happens to Me” di Matt Dennis e “Remember” di Irving Berlin.
Nonostante la pronuncia pianistica di Monk sia derivativa dai padri dello stride piano degli anni Venti quali James P. Johnson e Willie The Lion Smith, nei suoi lavori discografici si possono rintracciare elementi innovativi per l’epoca (vedi anche Thelonious Monk Quartet with John Coltrane inciso alla Carnegie Hall di New York nel 1957). In primis la capacità di utilizzo dello spazio per dare respiro e profondità all’improvvisazione risulta del tutto nuova e difficilmente rintracciabile in altri pianisti. Inoltre, facendo ricorso ad una elasticità dinamica data da rapide successioni di note intervallate a micro-temi suonati a ritmo lento e da una tavolozza timbrica in cui assonanza e dissonanza convivono in uno stesso quadro sonoro, il pianista americano induce l’ascoltatore a non staccare mai l’attenzione da ciò che musicalmente sta accadendo. Lo sviluppo dei brani non procede per linee orizzontali ma per segmenti uniti da spigoli, salite e ripide discese senza soluzione di continuità.
Tuttavia, ciò che rende unica la figura di Thelonious Monk nel panorama jazzistico della fine degli anni Cinquanta non è tanto da ritrovare nell’adozione di queste tecniche ed espedienti espressivi adottati anche da altri strumentisti del periodo ma altresì nella capacità di metterli insieme in una stessa composizione o rifacimento di uno standard. Questo spiega il motivo per cui il disco “Alone in San Francisco” è divenuto negli anni a seguire un punto di riferimento per tutti quei pianisti intenzionati ad affrontare il complesso banco di prova della performance in solo.
Nel novembre del 1959 il trombettista Miles Davis torna a collaborare in studio per la realizzazione di un disco orchestrale, Sketches of Spain, col compositore e arrangiatore Gil Evans. In precedenza avevano realizzato insieme i lavori discografici Miles Ahead (1957) e Porgy and Bess (1958), basato sull’omonima opera di George Gershwin. La realizzazione di Sketches of Spain prende le mosse dall’ascolto di Miles Davis della registrazione del “Concerto d’Aranjuez” del compositore spagnolo Joaquín Rodrigo a casa di un amico nella San Fernando Valley in California.
Come racconta il trombettista nell’autobiografia (Miles Davis con Quincy Troupe, New York, 1989), “stavo seduto lì ad ascoltare… e mi dicevo: queste linee melodiche sono fortissime. Capii subito che dovevo registrarle, perché mi rimasero in testa. Quando rientrai a New York chiamai Gil e discussi della faccenda con lui e gli diedi una copia del disco per vedere che cosa pensava se ne potesse fare. Piacque anche a lui…”.
Gil Evans oltre a scrivere gli arrangiamenti orchestrali per la versione del secondo movimento, l’Adagio, dell’opera dell’autore spagnolo, arrangia e compone altri quattro brani ispirandosi alla musica colta e folklorica spagnola : “Will o’ the Wisp”, arrangiamento della “Canción del fuego” dalla suite “El amor brujo” composta nel 1915 dall’autore spagnolo Manuel de Falla, “The Pan Piper” dallo stile della musica folklorica della Galizia, “Saeta” dalla marcia spagnola “suonata e cantata nella processione del Venerdì Santo”, “Solea”, uno standard del Flamenco “una canzone sulla solitudine, sulla nostalgia e sul lamento: qualcosa di simile al sentimento dei neri americani nel blues”.
Nonostante gli strumentisti suonino avendo come riferimento complesse partiture scritte da Gil Evans, la cifra jazzistica dell’intero corpus del lavoro discografico rimane invariata. Questo risultato viene raggiunto attraverso la scelta di inserire nell’organico orchestrale diretto da Gil Evans strumentisti di estrazione classica con un approccio all’esecuzione legato alla lettura delle partiture ma nello stesso tempo capaci di suonare con quel trasporto emotivo tipico dei musicisti provenienti dall’area jazz. Questi vengono affiancati ai jazzisti Paul Chambers (contrabbasso), Jimmy Cobb e Elvin Jones (batteria), Johnny Coles e Bernie Glow (tromba), Frank Rehak (trombone), Bill Barber (tuba) e altri.
Sketches of Spain può essere visto sia come la degna chiusura dell’anno mirabilis del jazz contemporaneo sia come il disco che traghetta la scena jazz nel decennio successivo, infatti il “Concerto d’Aranjuez” viene inciso il 15 e 20 novembre del 1959, mentre i brani “The Pan Piper”, “Solea” e “Saeta” il 10 marzo del 1960.
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