1959, l’anno d’oro del jazz (terza parte)

1959, l’anno d’oro del jazz (terza parte)

Dietro la realizzazione di alcuni degli album pubblicati nell’anno mirabilis del jazz, il 1959, si cela la mano di uno tra i più influenti produttori della musica contemporanea, Teo Macero. Sassofonista e compositore di alto profilo sia nel campo del jazz sia della musica classica e applicata, Macero nel 1957 entra nella scuderia dell’etichetta americana Columbia per divenire in pochi anni il produttore di grandi nomi del panorama jazzistico statunitense, Thelonious Monk, Charles Mingus, Miles Davis, Dave Brubeck e altri. Oltre al disco Mingus Ah Um, nel 1959 in qualità di produttore Macero produce il primo e il terzo tra gli album più venduti nella storia del jazz, Kind of Blue di Miles Davis e Time Out di Dave Brubeck (Macero curerà nel 1969 anche la produzione, la fase di post-produzione e editing del secondo album più venduto della storia del jazz, Bitches Brew di Miles Davis).

Si possono rintracciare dei punti di contatto tra il percorso artistico di Teo Macero e quello del pianista Dave Brubeck. Entrambi avevano studiato musica classica presso prestigiosi atenei americani, Macero presso la Juilliard School  di New York e Brubeck presso il Mills College di Oakland (California) come allievo, insieme al clarinettista Bill Smith, del compositore francese Darius Milhaud. Ad unire i due musicisti era soprattutto l’adozione in varia misura di tecniche e forme proprie della musica colta europea nella strutturazione del linguaggio jazzistico, nel caso del primo più protesa verso le avanguardie, come si evince dal lavoro discografico Explorations del 1953.

Nel lavoro di Brubeck si rintraccia in maniera più netta la volontà di rendere tale linguaggio accessibile ad un pubblico variegato, non composto da soli esperti, attraverso l’espediente melodico e un modo di improvvisare più misurato abbinato ad una liricità mai leziosa. Chiaramente di matrice accademica, il lavoro approntato dal pianista californiano –  in cui trovano posto l’alternarsi di crescendo e diminuendo, fuga, rondò, tempi composti e dissonanze – si colloca nel filone del movimento cool jazz della west coast americana, animato da strumentisti bianchi,  quali per esempio Gerry Mulligan, Shelly Manne, Shorty Rogers, che trova consenso anche presso i giovani studenti dei college americani.

Dave Brubeck raggiunge la perfetta forma della sua proposta musicale con l’album Time Out, inciso tra giugno e agosto del 1959 presso gli studi della Columbia sulla trentesima strada di New York. Ad accompagnarlo un quartetto formato dal sassofonista contralto Paul Desmond, il contrabbassista Eugene Wright (unico musicista di colore presente nella  formazione) e il batterista Joe Morello. Punta di diamante del disco è “Take Five”, brano dall’andamento circolare suonato in tempo di 5/4 composto da Paul Desmond e reinterpretato negli anni successivi da svariati musicisti. In Time Out Dave Brubeck, coadiuvato da colui che è stato nel corso di una lunga carriera il suo partner di eccellenza, Paul Desmond, gioca sull’alternanza tra ritmi composti e binari, dritto e rovescio di uno stesso componimento musicale: “Blue Rondò à la Turk” in cui la formazione ispirandosi alla struttura della forma della musica strumentale citata nel titolo alterna una sezione di base in 9/8 ad un altra in 4/4. E poi ancora l’interpolazione tra misure in 3/4 e 4/4 di “Three to Get Ready” e “Kathy’s Waltz”. 

Nel settembre del 1954  il batterista Shelly Manne aveva inciso due lavori discografici, “The Three” con Shorty Rogers alla tromba e Jimmy Giuffre al sax baritono e clarinetto e “The Two” con il solo Russ Freeman al piano, in cui si evidenzia lo slancio progressivo della scena cool californiana improntata all’adozione di tecniche di contrappunto della musica classica europea e di un impianto strumentale inedito e scarno rintracciabile nella musica da camera.  Nel settembre di tre anni dopo, nei giorni 22, 23, 24, il batterista americano insieme a “His Men”, Joe Gordon alla tromba, Richie Kamuca al sax tenore, Victor Feldman al piano, Monty Budwig al contrabbasso, tiene tre concerti allo storico jazz club della west coast, il Black Hawk di San Francisco. 

Messe da parte le evoluzioni formali della third stream, Shelly Manne torna alle origini, quando accompagnava grandi nomi della scena jazz newyorkese, Coleman Hawkins, Charlie Parker, Thelonious Monk, Dizzy Gillespie, sciorinando una sequela di brani in up e medio tempo che si susseguono senza alcun calo di spinta dinamica e tantomeno di interplay tra i membri della formazione. Senza nessuna assunzione di modalità cervellotiche, il batterista si lascia andare ad una musica in presa diretta calda e avvolgente tipica di quei momenti irripetibili che non ammettono repliche. Tra i brani presenti nella scaletta dei tre concerti: “Whisper Not” di Benny Golson, “I Am in Love” di Cole Porter, “Vamp’s Blues” di Charlie Mariano, “Summertime” di George e Ira Gershwin, “Cabu” di Roland Alexander, “How Deep Are the Roots” di Horace Silver, “Our Delight” di Tadd Dameron, l’originale “Black Hawk Blues”.

A seguito dell’ascolto della serie di 4 cd pubblicati nel 1991 dall’etichetta Original Jazz Classics contenente i tre concerti  della formazione del batterista americano non si può fare a meno di essere d’accordo con quanto scritto dagli autori Brian Morton e Richard Cook nella autorevole Penguin Guide Jazz Recording –  “Manne and His Men’s Black Hawk discs are among the best mainstream live dates ever released”

Paolo Marra

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