Nel periodo seguente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, grazie all’iniziativa di gruppi di appassionati e amatori del jazz, vengono fondati in Italia gli hot club. Possiamo considerarli i primi spazi di formazione, aggregazione, scambio e partecipazione dedicati a questo genere musicale, assimilabili per certi versi ai moderni fan club.
A inaugurare la tradizione delle associazioni finalizzate alla promozione del jazz in Europa, erano stati negli anni Trenta i divulgatori musicali e organizzatori di concerti Charles Delaunay, Pierre Nourry e Hughes Panassié, con l’Hot Club de France.
L’associazione al fine di attirare il pubblico parigino ingaggia una band per farla esibire in una serie di concerti programmati regolarmente, il Quintet du Hot Club de France. La formazione capitanata dal chitarrista Django Reinhardt e il violinista Stéphane Grappelli, era completata dal contrabbassista Louis Vola e due chitarristi ritmici, Joseph Reinhardt, fratello di Django, e Roger Chaput.
Gli hot club in Italia organizzavano concerti, conferenze e incontri, ascolti di dischi all’epoca di non facile reperibilità tra la ristretta cerchia di appassionati di jazz o semplici ascoltatori di musica residenti in prevalenza nelle cittadine di provincia.
Gli organizzatori di questi fan club ad litteram, solitamente provvisti di fondi irrisori, si dedicavano con passione e sacrificio alla sponsorizzazione di solisti e formazioni amatoriali o professionali sconosciute a livello nazionale, attive in prevalenza in ambito locale.
“Girando incessantemente per i locali notturni” gli organizzatori degli hot club andavano alla ricerca di strumentisti promettenti per aiutarli ad indirizzarsi verso il “jazz “puro”. Infatti questi per assicurarsi un guadagno continuativo si dedicavano nei numerosi locali notturni, inaugurati nel periodo post-bellico, ad una musica ballabile suonata con un’inflessione strumentale affine a quella jazzistica.
Suonare nell’ambito dei circoli di jazz, spesso a titolo gratuito, permetteva a solisti e formazioni di crescere artisticamente e farsi conoscere dal grande pubblico. Gradualmente diversi di loro iniziano a suonare in rassegne jazzistiche, partecipano a sedute d’incisione, per entrare in contatto con l’industria musicale italiana che negli anni Cinquanta viene interessata da un largo e rapido sviluppo, con la conseguente affermazione a livello internazionale.
Se nei primi anni di attività i musicisti attivi negli hot club suonavano principalmente i generi Dixieland o New Orleans Style, col tempo questi vengono attratti da stili moderni, in particolare di scuola bebop.
Nella seconda metà degli anni Quaranta numerosi hot club vengono inaugurati in Provincie e Comuni Italiani, con una più accentuata diffusione nel centro-nord rispetto al sud della Penisola. Tuttavia sono gli hot club delle principali città italiane, formati da organizzatori, promoter, manager, musicisti e soci, a farla da padrone nella graduale crescita delle varie attività e iniziative dedicate a questo genere musicale.
Nell’hot Club di Milano, nato nel dopoguerra dalle ceneri del Circolo del Jazz Hot, muovono i primi passi il batterista Gilberto Cuppini, il trombettista Oscar Valdambrini, i sassofonisti Eraldo Volontè e Gianni Basso, il pianista Giorgio Gaslini e altri.
L’hot club di Roma viene aperto in un locale chiamato “La Conchiglia”, situato in via del Corso 506. Nei circoli del jazz romani crescono musicalmente diversi giovani strumentisti, tra cui, il trombettista Nunzio Rotondo, il contrabbassista Carlo Loffredo, i pianisti Piero Piccioni, Umberto Cesari e Romano Mussolini, il chitarrista Carlo Pes, la Roman New Orleans Jazz Band.
Tra i 27 soci dell’hot club della Capitale ci sono l’architetto e designer Fabio De Santics, appassionato di jazz che negli anni Settanta ospiterà nella sua Villa di Saxa Rubra a Roma le jam session di diversi jazzisti, e Vincenzo Micocci, in seguito direttore artistico della RCA Italiana.
Anche l’hot club romano come l’omologo francese negli anni Trenta viene rappresentato da una propria band, il sestetto bebop, di cui è leader il trombettista Nunzio Rotondo, col sassofonista Franco Raffaelli, il pianista Ettore Crisostomi, il chitarrista Carlo Pes, il contrabbassista Carlo Loffredo e il batterista Pepito Pignatelli, fondatore agli inizi degli anni Settanta del jazz club capitolino Music Inn.
A partire dagli anni Cinquanta, anche rimanendo in certi casi in attività, gli hot club perderanno gradualmente la loro funzione associativa di coordinamento della struttura di divulgazione e diffusione a più livelli del jazz in Italia, passata a impresari e produttori professionisti, in grado di stanziare sostanziosi fondi per l’organizzazione di grandi festival con la presenza di importanti nomi del jazz americano e avviare carriere artistiche di solisti e gruppi musicali con l’incisione e promozione di lavori discografici.




