All’inizio degli anni Ottanta si assiste all’affermazione di una folta schiera di giovani musicisti venuti alla ribalta nel decennio precedente in seno al panorama del jazz italiano. Tale processo di crescita non è determinato unicamente dall’aumento nel numero dei musicisti ma altresì dall’accresciuta qualità delle proposte musicali, maggiormente differenziate nei contenuti e in linea con le nuove tendenze stilistiche della musica prodotta a livello globale.
Il cambiamento investe la ricerca dei colori timbrici e degli strumenti da poter inserire nei vari organici, nonché lo sviluppo dello stesso pensiero musicale condizionato dalla parcellazione dei mass-media e dalla diffusione di nuovi dispositivi tecnologici per l’ascolto della musica. Tra i giovani musicisti si fa largo la riscoperta della tradizione jazz attraverso una valutazione del passato svincolata dal presupposto ideologico insito nel free jazz di destrutturare l’ordine precedentemente costituito. Al contrario tutte le tappe stilistiche, strutturali e teoriche, raggiunte dalla metà degli anni Quaranta fino a quel momento nell’ambito della musica jazz vengono convogliate in una proposta musicale polisemica, saldata al passato e proiettata nel futuro a un tempo.
In Italia avviene un decentramento della scena jazz dalle grandi città, il triangolo Roma, Bologna, Milano, alle piccole cittadine a sud o nord dello stivale, col conseguente incontro fra tradizioni regionali ed eredità musicale afro-americana e nord-europea. Nascono così numerosi festival del jazz sparsi sull’intero territorio nazionale, dal Festival Internazionale del Jazz di Milano, passando per Controindicazioni a Roma, di cui è direttore il sassofonista Mario Schiano, per arrivare a Berchidda (Sardegna) per il festival diretto dal giovane trombettista locale Paolo Fresu.
La programmazione dei festival rappresenta un contributo essenziale per la penetrazione non solo verticale ma anche orizzontale del jazz nel tessuto sociale italiano, con una significativa presa su gusti e scelte del pubblico. Possiamo aggiungere a questo aspetto, la maggiore attenzione nei riguardi del jazz italiano da parte di stampa, editoria e programmi radiofonici trasmessi su emittenti pubbliche e private e il lavoro capillare di produzione e pubblicazione di un ampio catalogo di dischi di jazzisti nostrani realizzato dalle varie etichette indipendenti.
Il continuo scambio di strumentisti all’interno di piccoli e grandi organici contribuisce alla circolazione e scambio di idee e soluzioni teorico-strumentali essenziali per la crescita progressiva dell’intero comparto jazzistico italiano: il Space Jazz Trio di Enrico Pieranunzi, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra, il quartetto di Rita Marcotulli con Nicola Stilo, Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto, il quartetto di Maurizio Giammarco, da cui scaturirà il progetto fusion Lingomania, formato da Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto, le formazioni in quartetto, quintetto e sestetto del sassofonista veneziano Pietro Tonolo con Rita Marcotulli, Franco Piana, Sandro Gibellini, Furio Di Castri, il quartetto di Massimo Urbani con Luca Flores, Furio Di Castri e Roberto Gatto, il gruppo che accompagna la cantante Tiziana Ghiglioni con Larry Nocella, Riccardo Zegna, Piero Leveratto, Luigi Bonafede.
A queste formazioni possiamo aggiungere quelle di Enrico Rava, Giovanni Tommaso, Gianluigi Trovesi, Bruno Tommaso, Franco D’Andrea, Paolo Fresu, Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi.
Senza dubbio, la definizione strutturale del movimento jazzistico italiano iniziata negli anni Ottanta ha favorito l’aumento di interesse da parte di pubblico e critica internazionale nei confronti di un linguaggio musicale fortemente saldato all’ethos folkloristico delle varie regioni della Penisola, preannunciando l’avvicendarsi della nuova generazione di musicisti del decennio successivo.




