Arriva la nuova generazione di jazzisti

Nei primi anni Settanta si vanno consolidando le prime forme di aggregazione che coinvolgono giovani musicisti della scena jazz di Roma. Tra di loro si fa largo la convinzione di poter “vivere di jazz”, senza dover ripiegare per sopravvivere su altre attività lavorative, come era avvenuto per la precedente generazione di jazzistici.

Per dare seguito a questa assunzione di intenti, il gruppo di musicisti si ritaglia dei propri spazi all’interno del contesto urbano, dove incontrarsi in libertà, esprimendo, senza barriere di generi e stili, il proprio ethos artistico.

Si delinea gradualmente un circuito jazzistico animato da una tensione verso il nuovo nel quale le scelte musicali, ma anche politiche, sono determinate dalla riscoperta di una coscienza collettiva all’interno di un gruppo di solisti, filosofia rintracciabile nel movimento del free jazz afroamericano.

Mentre nella “musica nera” tale processo era riconducibile in prevalenza a motivazioni etnico-razziali, nel caso della compagine di jazzisti italiani ci troviamo di fronte a presupposti ideologici ispirati agli esperimenti di esercizio della democrazia diretta, promossi dal movimento studentesco del ’68.

Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria utopia giovanile, amplificata da un contesto politico e sociale ancorato a sorpassate stratificazioni istituzionali.

Ma c’è di più, si delinea un microcosmo nel quale vige una certa “promiscuità musicale” scaturita dall’urgenza di stare insieme in uno periodo storico in cui, a differenza del presente dominato dai social network, la scoperta e la costruzione del mondo e del proprio “io”, artistico e umano, avveniva unicamente attraverso il contatto diretto con l’altro individuo.

Ecco allora il materializzarsi di iniziative audaci, jam session nelle cantine, viaggi e condivisioni di stanze dove dormire, mangiare e scambiarsi idee e progetti per il futuro.

Il gruppo di giovani musicisti coinvolti in queste iniziative di aggregazione collettiva includeva Nicola Raffone, Ivano Nardi, Patrizia Scascitelli, Vittorio Baroncini, Roberto Della Grotta, Tommaso Vittorini, Massimo Urbani, Gaetano Delfini, Maurizio Giammarco, Antonello D’Angelo, Alvise Sacchi, Danilo Terenzi, Giampaolo Ascolese, Bruno Biriaco, Eugenio Colombo. Diversi di questi frequentano da esterni le lezioni del pianista e compositore Giorgio Gaslini a cui, nel biennio 1972/73, viene affidata la cattedra del corso sperimentale di Jazz al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma.

Il lavoro approntato da Gaslini, con ascolti, lezioni teoriche e pratiche e formazione di piccole orchestre, non si esaurisce tra le mura dell’istituto musicale; dà la possibilità al gruppo di studenti di suonare in giro per l’Italia, al Festival Jazz di Bergamo o al Jazz Power di Milano, di cui è direttore artistico Franco Fayenz, noto critico musicale.

Reduce da queste esperienze, il gruppo di giovani jazzisti organizza a Roma festival autogestiti, senza alcun finanziamento pubblico, presso il Liceo Castelnuovo nel quartiere Monte Mario e al piccolo teatro Il Torchio a Trastevere.

L’approccio gestionale degli eventi, al di fuori dei circuiti ufficiali, prevede il costo ridotto dei biglietti, nessun compenso per i musicisti, autotassazione per aprirsi la possibilità di organizzare altre manifestazioni e concerti nel pomeriggio, al fine di allargare la platea di ragazzi.

La risposta del pubblico è positiva, ma con una differenza sostanziale rispetto alle rassegne con alle spalle importanti sponsor e manager capaci di portare in Italia grandi stelle del firmamento jazzistico americano: a riempire il piccolo teatro, seduti l’uno accanto all’altro, ci sono ragazzi e ragazze che hanno la stessa età dei musicisti che suonano sul palco; Massimo Urbani è appena sedicenne, Patrizia Scascitelli, una delle organizzatrice dei tre giorni di concerti, appena ventenne. Nel corso dei tre giorni del Jazz e Blues Festival, il piccolo teatro di Trastevere si trasforma in uno spazio condiviso di espressioni congiunte, non canoniche, genuinamente sperimentali, con formazioni interscambiabili, dal trio a vere e proprie Big Band: il trio di Patrizia Scascitelli, con Bruno Tommaso e Nicola Raffone, Massimo Urbani con Roberto Della Grotta e Nicola Raffone, Maurizio Giammarco con un ottetto, Jazz & Blues Festival Live Experience, i chitarristi blues Gianni Marinacci e Lucio Maniscalchi, il pianista Antonello D’Angelo, il batterista Alfredo Minotti con il chitarrista Roberto Ciotti e il bassista Sandro Ponzoni del gruppo Blue Morning, ribattezzato per l’occasione Big Fat Mama. La manifestazione si conclude con il concerto di una Big Band di ventuno elementi che comprende, oltre ai giovani musicisti presenti, il trombonista Marcello Rosa, il vibrafonista Puccio Sboto e il trombettista Franco Piana.

Nonostante la matrice underground, il movimento delle nuove leve del jazz italiano ottiene in poco tempo l’attenzione del mondo culturale e della stampa, con articoli apparsi sulle pagine di riviste musicali e settimanali come Ciao2001, L’Espresso e Epoca. All’indomani della nascita nei primi anni Settanta di quel movimento giovanile, il jazz italiano non sarà più lo stesso, per divenire, negli anni a seguire, una forma d’Arte autonoma e consapevole del suo valore e unicità.

Paolo Marra

keyboard_arrow_up