Cultura Hip Hop e Jazz

Cultura Hip Hop e Jazz

Ho sentito dire che Max Roach pensa che il prossimo Charlie Parker potrebbe saltar fuori dalle melodie e dai ritmi del rap. Qualche volta non riesci a toglierti quei ritmi dalla testa”. Queste parole pronunciate da Miles Davis alla fine degli anni ottanta, riportate nella autobiografia scritta insieme al poeta e giornalista Quincy Troupe, oggi paiono profetiche; chi potrebbe contestare l’opinione secondo cui diversi artisti hip hop in maniera simile a quanto fatto da “Bird” siano riusciti sul piano creativo ad allargare gli orizzonti dell’invenzione melodica e ritmica?

Miles Davis da artista in perpetua ricerca di una dimensione futura, tanto da lasciarsi alle spalle critici e musicisti passatisti a rodersi il fegato, sposta l’attenzione del lettore sul “ritmo” che a seguito dell’ascolto di un brano continua a ronzare nel cervello; un ritmo di cui non si può fare a meno, perché in maniera conscia o inconscia ti spinge in avanti, di costringe a muoverti, a non rimanere fermo. Un movimento intenso non solo in senso fisico ma anche e soprattutto mentale senza il quale il musicista diventa preda di quella pigrizia artistica legata alla paura di osare, di mettersi in gioco.
In un altro passaggio del libro il trombettista parla della musica come di “una questione di scegliere bene i tempi e mantenere tutto a ritmo”. Suona bene anche se è cinese, quando le cose giuste sono al posto giusto”.

In definitiva senza la continua e, potremmo aggiungere, “giusta” cadenza ritmica qualsiasi opera musicale, che sia “La sagra della primavera” di Igor Stravinsky, “Now’s the Time” di Charlie Parker o piuttosto “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, apparirebbe come una linea continua senza alcun tipo di oscillazioni a segnalare segni di vita agli ascoltatori. Il poeta e critico musicale afroamericano Amiri Baraka (conosciuto anche con lo pseudonimo di LeRoi Jones) applica tale principio alla composizione di un testo letterario e per esteso al testo di un brano musicale quando afferma – “Quando scrivi una poesia è il ritmo che ti mette in moto, ancora prima di sapere quali saranno le parole… e poi cerchi le parole che calzano con quel ritmo… ecco che cos’è la poesia: un beat. La poesia è musica tradotta in parole” (Amiri Baraka in Charlie Reilly, An Interview).

In conseguenza di ciò, possiamo tracciare dei punti di contatto tra la musica jazz e il movimento sub-culturale dell’hip hop, arrivando ad affermare che quest’ultimo sia l’ennesima creatura musicale sorta dal grembo del primo, saldato sin dalle origini tanto all’improvvisazione quanto alla capacità degli strumentisti di “scivolare sul beat”. Anzi, sarebbe più appropriato scambiare l’ordine dei due caratteri comunemente citati nel contesto della musica jazz, perché l’improvvisazione nasce per far “muovere le persone a ritmo”, per farle ballare nei locali di New Orleans. Spiega bene questo assunto il cantante e musicista David Byrne – “Scott Joplin (pianista e compositore di New Orleans) e altri hanno fatto notare che gli assoli e l’improvvisazione jazz rappresentarono in origine una soluzione pragmatica ad un problema specifico: mentre i musicisti suonavano, la melodia scritta poteva esaurirsi e, per permettere ai ballerini le danze su un brano particolarmente amato, i jazzisti improvvisavano su quei cambi di accordi mantenendo lo stesso ritmo. I musicisti imparavano ad allungare e dilatare qualunque brano godesse del favore del pubblico. Le improvvisazioni ed espansioni si svilupparono quindi per rispondere ad un’esigenza concreta, e nacque una nuova forma di musica”.

Nell’ambito dell’hip hop una parte strumentale ritmica (detta break) viene estrapolata dal dj da un qualsiasi brano (per esempio di James Brown), suonata e prolungata nel tempo; questo avviene facendo terminare il break su un disco e passando all’inizio dello stesso su un altro disco senza soluzione di continuità (il termine utilizzato per indicare tale tecnica è Merry Go Round, letteralmente “incollare una serie indeterminata di break”). Il padre fondatore nei primi anni settanta di tale pratica alla base dell’evoluzione dell’hip hop è Clive Campbell in arte Dj Kool Herc. Oltre a creare il break Kool Herc inizia a pronunciare frasi gergali sulle basi ritmiche isolate. Le frasi si modellano sul ritmo dando luogo ai primi “vagiti” dell’espressione urbana dell’hip hop.

Come in origine succedeva a New Orleans tra i musicisti jazz, la finalità dell’hip hop nella New York degli anni Settanta è quella di dare continuità sonora all’atto ludico del ballo. Infatti, di pari passo con l’affermazione della cultura rap, si assiste alla genesi, elaborazione e affermazione della breakdance, danza urbana praticata dai teenagers afro-americani e latini nelle feste organizzate in casa o in club situati nel Bronx di New York. Come evidenziato dal dj Grandmaster Flash, tra i padri fondatori della musica hip hop – “Mentre parla (il dj) tiene il ritmo sincopato del pezzo che sta mandando e crea un nuovo stile che prende il nome di “rapping”. Chiama i ragazzi che ballano sui suoi tempi b-boys e b-girls, dove b sta per break e ben presto nasce un nuovo fenomeno che permette occasioni di incontro alternative a quello delle gang… la breakdance era un fenomeno importante, quasi una sfida in cui si misuravano maschi e femmine”.

Con l’avvento negli anni quaranta del bebop, e qui ritorniamo al sassofonista Charlie Parker, il metodo per costruire l’improvvisazione jazzistica diviene più complessa: le progressioni armoniche di famosi brani dei musical di Broadway o di colonne sonore di pellicole cinematografiche vengono destrutturate e ricostruite, e su di essi vengono spesso eseguite nuove melodie. Facendo un confronto con quanto avviene nell’hip hop, si può convenire che il metodo sia alquanto simile: estrapolazione da famosi brani di parti ritmiche nel caso dell’hip hop, melodico-armoniche nel caso del jazz, allo scopo di allungare nel tempo l’improvvisazione, nel primo caso vocale (rapping), nel secondo strumentale.

Non solo, il be bop ha rappresentato nella cultura statunitense post bellica un veicolo di impegno civile e sociale e di affermazione dell’identità nera del ghetto quanto il rap e l’hip hop negli anni ottanta e novanta. Come affermato dal rapper e attivista Chuck D, leader dei Public Enemy – “Il rap diventa la CNN del ghetto. Saranno artisti come Run DMC, Public Enemy e, più tardi, Arrested Development a incoronare il rap come bandiera da sventolare contro l’ingiustizia”.

Paolo Marra

Nella foto il trombettista Miles Davis e il musicista e produttore hip hop e r&b Easy Mo Bee durante la registrazione tra gennaio e febbraio del 1991 dell’album Doo-Bop

Fonti bibliografiche: “Miles, l’autobiografia”, Miles Davis con Quincy Troupe (Minimum Fax 2001), “Come funziona la Musica”, David Byrne (Bompiani 2012), “Storia del Rock”, Ezio Guaitamacchi (Hoepli 2022)

 

 

 

 

 

 

 

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