“Il musicista deve coltivare la gioia di suonare, al di là dell’apprendimento della tecnica strumentale. Noi musicisti abbiamo il dono di fare qualcosa che ci piace e, se la facciamo bene, con sincerità e gioia, in sintesi col cuore, possiamo coinvolgere gli altri e farli stare bene” – Dado Moroni
Il jazz entra nella vita di Dado Moroni sin dall’infanzia, attraverso i dischi dei protagonisti della Swing Era che il padre e la madre ascoltano in casa: Earl Hines, Fats Waller, Count Basie e altri. A quattro anni inizia a mettere le mani sul pianoforte, aiutato dalla madre la quale da giovane aveva suonato la fisarmonica. È lei ad iniziarlo ai fondamenti armonici, alla ricerca di quei colori timbrici, gioiosi e al contempo tristi, che caratterizzeranno il suo approccio al piano negli anni a seguire. Dado Moroni racconta – “Mi ricordo la stanza di mio padre con le pareti tappezzate di foto dei jazzisti americani. Alcune, come quelle di Fats Waller e Louis Armstrong mi apparivano divertenti, buffe e simpatiche, altre, come quelle di Monk, Davis o Ellington, mi sembravano enigmatiche. Il fascino che quelle figure esercitarono su di me insieme all’ascolto dei dischi dei miei genitori mi indussero sin da bambino a interessarmi alla loro musica”.
Col passare degli anni arrivano i dischi di Oscar Peterson, Bud Powell, Hank Jones, dai quali il pianista genovese assimila il linguaggio afro-americano radicato nelle radici del blues, ma anche l’approccio dissonante e spigoloso del Picasso del piano jazz, Thelonious Monk, e il fraseggio dalla scuola dei sassofonisti e chitarristi jazz, come Dexter Gordon e Wes Montgomery. Durante un viaggio in compagnia di un amico, da Genova e Milano, ascolta in automobile una musicassetta contenente la registrazione di un disco del pianista americano Bill Evans; si palesa un differente linguaggio formale e stilistico al piano, lontano da quello puramente afroamericano, costruito su particolari progressioni accordali e melodie dalle atmosfere rarefatte e liriche.
Dado Moroni intanto brucia le tappe: a 12 anni incontra Franco Cerri, nel periodo durante il quale il chitarrista milanese gira l’Italia alla ricerca di nuovi talenti da far esordire in una trasmissione radiofonica della Rai. Due anni dopo Cerri telefona a Moroni invitandolo a partecipare, insieme ad altri giovani musicisti, alla trasmissione televisiva della Rai “Di Jazz in Jazz”, per suonare con l’orchestra del sevizio pubblico radiotelevisivo. Il chitarrista lo presenta così al pubblico – “Mi trovavo a Genova quando ebbi l’occasione gradevole di ascoltare un ragazzo che non aveva nemmeno quattordici anni, con uno swing e una maturità molto rari a quell’età, quindi mi riproposi di invitarlo alla prima occasione”.
Successivamente il chitarrista milanese invita Moroni a un concerto del suo quartetto, formato dal pianista Sante Palumbo, il contrabbassista Julius Farmer e il batterista Tullio De Piscopo. Moroni ricordando quell’episodio racconta – “Ad un certo punto del concerto, Franco Cerri mi invito a suonare due brani in duo e in trio con Tullio De Piscopo. In quell’occasione nacque l’idea di formare insieme a Tullio e Farmer un trio, con il quale incisi il primo disco dal titolo Jazz Piano”. A questo lavoro discografico nel 1981 ne segue un secondo, Bluesology, nel quale il pianista è accompagnato ancora una volta da De Piscopo, il trombettista Franco Ambrosetti e il contrabbassista danese Niels-Henning Ørsted Pedersen. Nel lavoro discografico la summa di tutte le declinazioni del piano jazz di derivazione afro-americana confluiscono nella cifra espressiva di Dado Moroni con istintiva originalità, figlia della giovane età del nostro.
Qualche anno dopo i leggendari trombettisti Harry “Sweet” Edison e Clark Terry, impressionati dalle doti strumentali del giovane pianista italiano, decidono di introdurlo nella scena jazz statunitense. Il pianista racconta – “Quando partii con Franco Ambrosetti alla volta degli Stati Uniti rimasi subito affascinato dalla città di New York, tanto da frequentarla in maniera assidua negli anni a seguire. In quel periodo potevo ascoltare i concerti dei grandi maestri del passato come Stan Getz o Miles Davis e nello stesso tempo frequentare nuove figure quali i fratelli Brecker e Grover Washington Jr. Inoltre partecipare alle funzioni delle chiese battiste mi diede l’opportunità di entrare in contatto con la tradizione del gospel e le pratiche religiose radicate all’interno della comunità nera di New York. Avendo in precedenza collaborato con diversi musicisti della scena americana giunti in Europa, e in maniera particolare a Zurigo, per me non fu difficile suonare da subito con loro nei jazz club cittadini, Village Vanguard e Blue Note”.
Con l’arrivo degli anni Ottanta, il pianista italiano entra far parte del trio di Jimmy Woods, esibendosi in concerto in tutta Europa, partecipa ai concerti organizzati in Africa da Alvin Queen e con Clark Terry e George Robert intraprende un tour mondiale. Negli anni a seguire suona con importanti esponenti del jazz italiano senza perdere mai quel fil rouge coi protagonisti del jazz statunitense. Tra i numerosi episodi della lunga carriera jazzistica del pianista genovese rimangono esplicativi della sua propensione all’interazione e scambio con altre modalità espressive le collaborazioni, in studio o sul palco, coi colleghi pianisti – “Ho iniziato a cimentarmi con un duo di pianoforti col mio amico Andrea Pozza a Genova” – racconta Moroni – “poi è arrivato il disco Live Conversations, registrato dal vivo con Enrico Pieranunzi, e un progetto dedicato a Monk con Kenny Baron e Mulgrew Miller. Inoltre, quella con Rita Marcotulli è stata un’esperienza che mi ha stimolato molto in virtù di un suo diverso modo di approcciarsi al piano rispetto al mio. Una situazione che mi stimola ogni volta a immaginare soluzioni espressive nuove e molto intense”.
Intervista ed editoriale a cura di Paolo Marra
