Django Reinhardt a Roma

Può un fatto doloroso diventare per un musicista l’inizio inaspettato di un nuovo processo artistico, tanto da consacrarlo nel tempo come inimitabile leggenda? Sei sei Django Reinhardt la risposta è affermativa!

Alla fine degli anni Venti del ‘900 la famiglia di Django, appartenente ad una comunità nomade dei sinti (in francese manouches), dopo aver girato tra Europa e Nord-Africa, si stabilisce nella zona periferica di Parigi.

Nell’ottobre del 1928, avviene un incidente che cambierà la vita del giovane Django, allora diciottenne: la roulette dove sta dormendo insieme alla compagna viene investita dal fuoco appiccato dal rovesciamento di una candela sul del materiale infiammabile.

Django riporta gravi ustioni alla gamba destra e alla mano sinistra, a cui segue una complicata operazione chirurgica e due anni di dura e dolorosa convalescenza. Gli viene risparmiata l’amputazione della gamba destra, ma il mignolo e l’anulare della mano sinistra, ormai deformi, rimarranno da allora in poi uniti tra loro a seguito della cicatrizzazione delle ferite.

Negli anni precedenti al doloroso incidente Django aveva suonato da autodidatta sia il violino sia il banjo dedicandosi all’apprendimento della musica gitana e della musette francese. La sua vita raminga, tipica del carattere sociale dell’etnia nomade dei sinti, rappresenta una condizione esistenziale senza patria né confini, aperta all’assimilazione di esperienze variamente culturali.

In lui, fin da bambino, si fa largo prepotentemente un bisogno istintivo di sopravvivere alla marginalizzazione attraverso l’invettiva, l’espediente, la prontezza a trovare soluzioni inaspettate, con la conseguente creazione di un proprio linguaggio codificato, misterioso ai tanti quanto comprensibile per pochi.

Tenendo presente questo, diventa alquanto chiaro come il giovane musicista manouche abbia in breve tempo trovato una diversa modalità di approccio all’esecuzione strumentale; ristabilitosi dall’incidente mette da parte il banjo a sei corde e passa alla chitarra inventando una tecnica rivoluzionaria quanto all’apparenza impossibile di esecuzione della scala cromatica utilizzando un solo dito della mano sinistra.

In definitiva, Django riesce a portare la menomazione fisica dalla sua parte, per trasformarla in un veicolo utile ad aggiungere qualcosa di unico, irripetibile e di estrema bellezza alla tecnica strumentale applicata alla chitarra.

Il carattere culturalmente libero di Django, globalizzato molto prima che questo termine entrasse prepotentemente nelle nostre vite, lo spinge ad introdurre nella sua musica una combinatoria di elementi artistici assorbiti attraverso l’esperienza diretta con musicisti e l’ascolto di incisioni di grandi nomi del jazz americano: Duke Ellington, Louis Armstrong e, in particolare, il violinista Joe Venuti e il chitarrista Eddie Lang, entrambi di origini italiane.

Mette insieme, così, lo swing e il jazz delle origini, maggiormente vicino al blues, con la tipica cadenza ritmica della musica gitana e un ensemble strumentale mutuato dalla musica da camera europea del periodo barocco, con chitarra e violino solisti, a cui si aggiungono due chitarre e contrabbasso, senza l’utilizzo della batteria.

Nasce nel 1934 il Quintette du Hot Club de France, con al violino Stéphane Grappelli, col quale Django intesserà un fruttuoso sodalizio. I due si divideranno durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale – il violinista allo scoppio del conflitto rimane a Londra mentre Django sfidando la sorte ritorna a Parigi – per poi ritrovarsi nel 1946 nel Quintette, ricomposto dopo la pausa forzata dovuta all’invasione nazista della Francia.

Django in quel torno di tempo realizza il sogno coltivato sin da ragazzo, raggiungere gli Stati Uniti, terra di origine del jazz, per esibirsi con l’orchestra di Duke Ellington in diverse città americane, tra cui alla Carnegie Hall di New York e alla Civic Opera House di Chicago.

Nel 1949, Django e Grappelli si recano in Italia, dove si esibiscono all’Astoria Club di Milano e alla Rupe Tarpea a Roma. Il locale, ristorante-night club situato in Via Veneto, è il ritrovo del jet set italiano: ricchi, playboy e intellettuali, modelle, attori e attrici del cinema italiano, come Anna Managni e Totò.

I due musicisti francesi vengono affiancati da una sezione ritmica locale formata dal pianista Gianni Safred, il bassista Carlo Pecori e il batterista Aurelio De Carolis. Le jam session del chitarrista manouche infiammano il locale fino alla prime luci dell’alba, ammaliando il pubblico in cerca di misteriosa evasione richiamata da quella musica dal sapore esotico.

Durante la trasferta romana, Django invece di alloggiare nella camera dell’Hotel Alexandra in Via Veneto, seguendo il suo spirito di nomade in terra straniera passa le giornate nella roulotte di un accampamento di rom a Piazza Clodio.

Il chitarrista, come dichiarò Grappelli – “Preferiva vivere così… amava dormire con il suono della pioggia che cadeva sul tetto”. Le giornate di Django si dividono tra le registrazioni negli Studi del centro di produzione Rai di Via Asiago a Roma, serate a casa di Armando Trovajoli, col quale, insieme a Grappelli, suona spesso, e la pittura.

Infatti, il chitarrista francese qualche anno prima, in un momento difficile della sua vita segnato della morte del secondo figlio e dalla mancanza di ingaggi lavorativi, aveva iniziato a dedicarsi alla pittura su tela. Una passione sbocciata all’indomani dell’incontro col pittore surrealista Émile Savitry  e influenzata dai lavori di Gauguin, Matisse, Modigliani, Rubens.

Come d’altronde era solito fare con la chitarra, con pennello e colori Django tratteggia con istinto naturale figure dalle tonalità gioiose, nostalgiche e allo stesso tempo esuberanti.

Il chitarrista francese ritornerà a Roma nel 1950, ma senza Grappelli, dal quale dopo la prima permanenza in Italia si era separato definitamente per formare l’ennesimo Quintette. Ancora, come negli anni precedenti, l’unica stella a brillare nella formazione doveva essere lui, l’inarrivabile Django Reinhardt.

Paolo Marra

Fonti bibliografiche: Django. Vita e musica di una leggenda zingara di Michael Dregni (EDT – 2004), Il Jazz in Italia di Adriano Mazzoletti (EDT – 2010)

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