Una fruizione da parte del pubblico italiano maggiormente multi-direzionale, in termini di scelte consapevoli nei riguardi della proposta jazzistica, si deve in larga misura al crescente numero di festival che, dalla fine degli anni Cinquanta, si vanno organizzando sul territorio nazionale.
Queste nuove realtà concertistiche e il gradimento riscosso dalle stesse presso il pubblico negli anni del dopoguerra si contestualizzano in un assetto sociale italiano attraversato dal boom economico, durante il quale si assiste ad un aumento dei consumi e della spesa indirizzata verso forme di spettacolo, come appunto concerti, cinema e teatro.
La diffusione di un benessere reale, o in certi casi percepito, da luogo ad una più spiccata convergenza di modalità di partecipazione diretta e indiretta da parte del singolo individuo e delle famiglie, da ricondurre anche al graduale aumento nel numero di ore giornaliere da poter dedicare al tempo libero.
A questo si può aggiungere la nuova configurazione industriale alla base della crescente distribuzione discografica a livello nazionale dei supporti in microsolco, col successo su vasta scale del 45 giri.
I brani di musica leggera vengono veicolati dalla radio e, in prevalenza, dal nascente mezzo mediatico del dopoguerra, la televisione. I programmi della rete pubblica entra in poco tempo punto nella sfera personale dello spettatore, assecondandone e al contempo influenzandone gusti, preferenze, scelte e abitudini.
L’ibridazione tra musica leggera e forme di espressione jazzistica fanno da sfondo attraverso le orchestre della Rai, composte da validi strumentisti provenienti dal contesto jazzistico, al varietà, format innovativo e di successo, in qualche modo ecumenico nel suo essere contenitore di canzonette, balletti, interventi comici e sofisticati arrangiamenti orchestrali.
Nel 1951 viene inaugurato il Festival di Sanremo, vero e proprio accentratore mediatico; nell’edizione del 1958 la vittoria nella gara canora del celeberrimo brano “Nel blu, dipinto di blu”, cantata da Domenico Modugno, sarà il trampolino di lancio per l’affermazione della musica italiana a livello internazionale.
La figura pionieristica nel campo dell’organizzazione di festival jazz in Italia è senza stata senza dubbio quella del critico musicale Arrigo Polillo; in collaborazione con il collega Pino Maffei, da vita al Festival del Jazz di Sanremo, tra i più longevi della storia del jazz italiano, con un’attività lunga ben dieci anni, dal 1956 al 1966.
A questo appuntamento sanremese, verso la fine degli anni Cinquanta, si aggiunge il Festival Jazz di Bologna, fondato dal produttore discografico e impresario italiano Alberto Alberti, insieme ad Antonio “Cicci” Foresti.
Nella prima edizione del festival bolognese si esibiscono il trombettista statunitense Chet Baker e il pianista Amedeo Tommasi; è l’inizio di un’avventura musicale che si protrarrà fino agli anni Settanta con concerti di importanti personaggi del jazz contemporaneo, come Miles Davis, Charles Mingus, Bill Evans, Lee Konitz, Cecil Taylor, Keith Jarrett, Herbie Hancock, Sarah Vaughan, Michel Petrucciani, Ella Fitzgerald, Dizzy Gillespie, Carmen McRae, Art Farmer, Kenny Clarke, solo per nominarne alcuni.
Per assistere ad una vera e propria svolta nello scenario dei festival dedicati al jazz in Italia bisogna attendere il 1973, allorché viene inaugurato il Festival di Umbria Jazz, ideato da Carlo Pagnotta, coadiuvato da Alberto Alberti.
Non è più l’Italia attraversata dalla febbre consumistica del boom economico e della ritrovata spensieratezza del dopoguerra diffusasi sulle ali del modello statunitense introdotto in Europa, prima, dalle truppe americane durante la parte finale della Seconda Guerra Mondiale e, dopo, nel periodo della “guerra fredda”, dalla propaganda di stampo antisovietico; tensioni a livello internazionale, la crisi petrolifera del 1973, scoppiata a seguito del conflitto arabo-israeliano della Guerra del Kippur, nonché la deriva terroristica di movimenti di estrema sinistra e destra e la conseguente politicizzazione, spesso con posizioni radicali, dei contenuti mediatici fanno in modo che anche gli eventi concertistici cambino in conseguenza di una percezione sociale totalmente ribaltata.
Diviene frequente, in quel periodo, assistere, come nell’edizione del Festival Jazz di Pescara del 1975, nel quale si esibiscono esponenti vicini alla scena free, come Don Cherry e Anthony Braxton, a duri scontri tra la polizia e la folta compagine di ragazzi e ragazze decisi ad entrare senza pagare il biglietto nell’area destinata allo svolgimento dei concerti in programma.
Analoghi problemi di ordine pubblico e di gestione porteranno nel 1978 alla cancellazione del Festival di Umbria Jazz, riattivato con l’introduzione del pagamento del biglietto di entrata solo nel 1982.
Nello stesso periodo nasce su iniziativa del sassofonista napoletano Mario Schiano la manifestazione Controindicazioni, dedicata al jazz d’avanguardia italiano, vetrina musicale per diversi giovani jazzisti quali Maurizio Giammarco, Patrizia Scascitelli e Antonello Salis.
Analoga manifestazione, il Festival della Quercia del Tasso, viene allestita nell’anfiteatro omonimo al Gianicolo di Roma.
Con gli anni Ottanta la programmazione dei festival jazzistici sull’intero territorio nazionale diviene più strutturata, capillare e accessibile a chiunque, senza filtri legati alla politicizzazione o all’idea generale di trovarsi al cospetto di un genere destinato unicamente ad un pubblico di nicchia, e aspetto più rilevante, in cui hanno la possibilità di esibirsi anche formazioni e solisti di minore appeal mediatico.
A parte il soprammenzionato Festival di Umbria Jazz, si possono citare tra le rassegne, diverse delle quali ancora in attività, il Clusone Jazz Festival in Lombardia, Rumori Mediterranei a Rocella Ionica in Calabria, il Festival Internazionale del Jazz di Milano, Time in Jazz, organizzato da Paolo Fresu a Berchidda (Sardegna), Barga Jazz in Toscana, ideato da Bruno Tommaso, Atina Jazz nel Lazio.
Paolo Marra




