I Maestri del Jazz in Italia

Nei primi anni Settanta il panorama jazzistico internazionale viene scosso dalla comparsa del jazz-rock. Senza ombra di dubbio, l’iniziatore di tale passaggio epocale verso una visione meno purista dell’esecuzione jazzistica è il trombettista americano Miles Davis.

Dopo alcuni tentativi di elettrificazione degli strumenti e introduzione di ritmiche e riff mutuati dal rock e dal funk afroamericano in album incisi verso la fine degli anni Sessanta, Miles in the Sky (1968) e In a Silent Way (1969), Miles Davis definisce la propria visione musicale con l’album Bitches Brew (1969).

Alla sua uscita il lavoro discografico determina una vera e propria svolta nel panorama jazzistico dell’epoca diviso tra i sostenitori della vecchia scuola Bebop e gli adepti al movimento del Free, colpevoli secondo molti, tra cui lo stesso Miles Davis, di aver fatto diminuire l’interesse del pubblico nei riguardi del jazz in favore di produzioni rock e pop.

Diversi dei musicisti che avevano fatto parte del large ensemble diretto da Miles Davis per l’incisione di Bitches Brew replicheranno nei successivi anni, con poche eccellenti variazione sul tema, la formula jazz-rock, traslandola all’interno dei propri gruppi: Return to Forever di Chick Corea, il sestetto di Herbie Hancock, Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter, a cui si aggiunge il disco solista di Larry Young Lawrence of Newark.

Il genere jazz-rock nelle sue diverse declinazioni attrae negli anni Settanta un numero sempre più crescente di appassionati e acquirenti. Ciò era dovuto al contenuto dinamico-espressivo nonché estetico del nuovo genere musicale affine a quello proposto dalle numerose formazioni rock e psychedelic funk, capaci di scalare le classifiche e fare il tutto esaurito ai botteghini dei grandi festival internazionali.

Di contro, i musicisti rimasti fedeli, a torto o a ragione, rispetto a quelli soprammenzionati alla “tradizione” del jazz vedono gradualmente diminuire l’interesse del pubblico americano nei confronti della loro musica, determinando un netto calo negli ingaggi nei jazz club cittadini.

Per dare continuità alla propria carriera artistica diversi di loro decidono di allontanarsi dagli Stati Uniti per andare a suonare davanti al pubblico europeo, da sempre pronto ad aprirsi razionalmente alla novità, pur che questa sia misurata col metro del passato, sinonimo di tradizione ed identità storica, così radicate nel tessuto culturale del Vecchio Continente.

Sia ben chiaro, anche in Europa in quel periodo si diffondendo i generi jazz-rock e free jazz, ma con sostanziali differenze rispetto al panorama afroamericano. Infatti, entrambi i movimenti musicali si caratterizzano per un’impronta nettamente “europea”, in virtù di un linguaggio strumentale saldato alla provenienza nazionale e regionale dei musicisti.

La scena jazz-rock statunitense avrà la sua schiera di epigoni europei in Inghilterra, Francia, Olanda, Germania e Polonia. L’Italia non sarà di meno: il free jazz, vista la turbolenta situazione politica e sociale degli anni Settanta, assumerà una precisa connotazione ideologica spostata verso l’ala antagonista della sinistra extra-parlamentare, mentre i gruppi jazz-rock, coevi a quelli del progressive rock, saranno impegnati, con risultati non sempre convincenti, a fondere le tendenze musicali d’oltreoceano con l’eredità folcloristica della Penisola.

In quel torno di tempo contribuisce a rendere il clima musicale ancora più variegato e stimolante l’arrivo in Italia di mostri sacri del Bop, Hard bop, Cool e jazz modale. Tra questi, McCoy Tyner, Bill Evans, Dexter Gordon, Woody Shaw, Jackie McLean, Chet Baker, Charles Mingus, Johnny Griffin, Max Roach, Kenny Clarke, Lee Konitz, Art Farmer, Sal Nistico.

Eccetto pochi casi, per motivi economici gli artisti americani arrivano in Italia senza le proprie sezioni ritmiche. Per sostituirle si affidano ai musicisti locali, richiesti per l’occasione in ogni stato o città europea. Si apre così la possibilità, inimmaginabile fino a poco tempo prima, per le nuove leve di jazzistici italiani di suonare con i loro beniamini nei vari jazz club e rassegne organizzate in diverse città italiane.

Come avvenuto negli Stati Uniti per merito del sassofonista Dexter Gordon, anche in Italia nella seconda metà degli anni Settanta il jazz acustico di derivazione Bop si riprenderà la scena plasmandosi alla sensibilità tecnica-espressiva dei jazzisti italiani.

Tra il novero di giovani jazzistici che si ritrovano ad accompagnare i musicisti stranieri ci sono: Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Roberto Della Grotta, Giovanni Tommaso, Maurizio Giammarco, Enzo Pietropaoli, Danilo Rea, Massimo Urbani, Fabrizio Sferra, Riccardo del Fra, Nicola Stilo.

L’incontro tra musicisti che non avevano mai suonato insieme viene in qualche modo facilitato da un repertorio formato in prevalenza da standard, la cui scaletta viene stilita prima dei concerti in programma, in particolare durante il soundcheck.

A fare la differenza era la capacità di improvvisazione del musicista locale che spesso durante il concerto doveva farsi trovare pronto per assecondare le variazioni nella scaletta dei brani ad opera del leader della formazione. Per quanto riguarda questo aspetto, i jazzisti italiani si sono dimostrati tra i migliori in ambito europeo, tanto da diventare in poco tempo componenti fissi delle formazioni che accompagnavano gli “americani” in tour in Italia e nel resto dell’Europa.

Tale fenomeno di incontro e scambio tra musicisti stranieri e italiani informerà tutto il periodo tra gli anni Settanta e la prima parte degli anni Ottanta, determinando una crescita qualitativa del jazz italiano.

Paolo Marra

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