La jazz band è un organico musicale al cui interno le specifiche funzionalità dei solisti si connettono al fine di trovare un comune fine espressivo.
Per spiegare meglio questo assunto possiamo prendere a modello uno stormo di uccelli nel quale il singolo elemento assume una precisa posizione in base alla direzione presa dall’altro nel gruppo, al fine di formare un tutt’uno coeso e allo stesso tempo organizzato.
A prescindere dalla maggiore o minore libertà armonica, dal riferirsi alla scala musicale o alla progressione accordale, alla ricerca melodica o piuttosto alla scansione temporale, è nel corso dello sviluppo dell’improvvisazione che le qualità individuali dei musicisti si integrano in funzione di un’idea condivisa dal gruppo. Quando viene a mancare questa visione d’insieme, portata avanti sacrificando parte del “sé” artistico, il progetto alla base di una jazz band nella maggioranza dei casi è destinata a naufragare in poco tempo.
Negli anni Cinquanta nasce per iniziativa di due membri dell’Orchestra Leggera della Rai, il trombettista Oscar Valdambrini e il sassofonista Gianni Basso, uno dei quintetti di maggiore rilievo della storia del jazz italiano.
Altra formazione composta da elementi dell’Orchestra della Rai, attiva nei primi anni Sessanta, è la Modern Jazz Gang di Sandro Brugnolini col trombettista Cicci Santucci ed il sassofonista Enzo Scoppa, i quali danno vita negli anni successivi ad un quintetto di successo.
A partire dal leggendario quintetto be-bop di Charlie Parker, il sestetto di Lennie Tristano, la Tuba Band di Miles Davis e Gil Evans del periodo cool, passando per le varie formazioni hard bop, fino ad arrivare al free, il dialogo all’interno delle jazz band si va facendo sempre più fitto ed interagente.
Di pari passo con l’aumento della tensione fra le parti all’interno del gruppo avviene una crescita in termini di tasso tecnico e interazione emotiva e spirituale, fino ad un livello mai raggiunto prima. Due esempi su tutti ci danno la misura di quanto descritto: il secondo quintetto di Miles Davis con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Tony Williams e Ron Carter e il quartetto di John Coltrane con McCoy Tyner, Elvin Jones e Jimmy Garrison.
La ricerca di un linguaggio comune derivato dalla somma dei singoli approcci alla composizione ed esecuzione all’interno del collettivo investe, dalla metà degli anni Sessanta, anche le numerose formazioni nate in seno al jazz italiano.
Naturalmente è impossibile elencarle tutte, per cui ci limiteremo a quelle che hanno contribuito nell’arco degli anni ad accelerare il processo appena descritto.
Il trio del contrabbassista Giorgio Azzolini, con il pianista Franco D’Andrea e il batterista Franco Tonani, con l’album What’s Happening? verso la metà degli anni Sessanta utilizza elementi mutuati dalla musica atonale e free jazz su un fondo ancora legato alla tradizione blues.
Questa esperienza maturata da Tonani e D’Andrea sfocia qualche anno dopo nel progetto Modern Art Trio, col contrabbassista Bruno Tommaso. I tre musicisti elaborano una commistione tra il free jazz, la tecnica di composizione dodecafonica di Arnold Schönberg e il serialismo sviluppato Anton Webern e Olivier Messiaen, per coniugare formule matematiche, logica ed improvvisazione.
Nel contesto del jazz d’avanguardia del decennio degli anni Settanta sono attivi il Gruppo Romano Free Jazz del sassofonista Mario Schiano e il trio del sassofonista e clarinettista Gianluigi Trovesi, col contrabbassista Paolo Damiani e il batterista Gianni Cazzola.
Il quartetto del pianista Enrico Pieranunzi, formato da Bruno Tommaso, il batterista Roberto Gatto e il sassofonista Maurizio Giammarco contribuisce nella metà degli anni Settanta a ravvivare l’interesse da parte del pubblico italiano nei confronti di una proposta musicale di derivazione be-bop.
In questo caso le capacità tecniche dei quattro fanno il paio con la ricerca melodica delle composizioni, dando luogo al sovrapporsi di improvvisazioni di stampo hard bop e momenti di lirica riflessione. Testimonianza di questa pagina del jazz italiano è l’album From Always to Now.
Nello stesso periodo nasce la jazz-rock band del Perigeo, formata dal pianista Franco D’Andrea, il contrabbassista Giovanni Tommaso, il sassofonista Claudio Fasoli, il chitarrista Tony Sidney e il batterista Bruno Biriaco.
Il quintetto opera una sintesi tra suoni elettronici e acustici in chiave di coloritura timbrica e apporto alla composizione dei singoli strumentisti. Nella fase appena successiva il Lingomania si mette in luce come una delle band più originali della fusion italiana, con particolare riferimento all’’ultima line up con il leader e sassofonista Maurizio Giammarco, il pianista Danilo Rea, il batterista Roberto Gatto, il contrabbassista Enzo Pietropaoli e il chitarrista Umberto Fiorentino.
Un ulteriore cambio di passo negli anni Ottanta avviene con la nascita del Space Jazz Trio di Enrico Pieranunzi, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra. Con riferimento alle storiche formazione in trio di Bill Evans e Keith Jarrett, il Space Jazz Trio adotta il concetto di parità di ruolo tra pianista, contrabbassista e batterista in funzione di interpay esecutivo.
Un affine dialogo musicale basato sulla preventiva lettura in tempo reale di ciò che l’altro componente del gruppo eseguirà sarà una delle prerogative, alla fine degli anni Novanta, del Doctor3, con Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra.
In conclusione, è doveroso menzionare la formazione in quartetto di due indimenticabili musicisti, purtroppo scomparsi prematuramente, il sassofonista Massimo Urbani e il pianista Luca Flores; insieme al contrabbassista Furio Di Castri e Roberto Gatto incidono il disco Easy To Love (1993), nel quale i quattro jazzistici mettono in atto un lavoro di sottrazione sulle loro forti personalità tecniche, creative ed espressive a favore di un intenso e poetico lavoro corale.
Nota 1: Durante il periodo fascista Oscar Valdambrini insieme al trombettista Nino Culasso, il sassofonista Glauco Masetti ed altri, aveva fatto parte dell’Orchestra dell’EIAR (Ente italiano per le Audizioni Radiofoniche) diretta da Carlo Zeme
Nota 2: Il Quintetto Basso-Valdambrini includeva il pianista Renato Sellani, il contrabbassista Giorgio Azzolini e il batterista Gianni Cazzola
Nota 3: Il quintetto Basso-Valdambrini diviene in seguito un sestetto con l’entrata di un giovane trombonista, Dino Piana, vincitore del concorso radiofonico indetto dalla Rai, “La Coppa del Jazz”
Nota 4: Dalla metà degli anni Settanta la corrente stilistica di matrice be-bop verrà indicata a livello internazionale anche col termine “neobop”
Nota 5: Nel Space Jazz Trio, Fabrizio Sferra viene sostituito in alcuni episodi discografici e concertistici dal batterista svizzero Alfred Kramer
Nella foto (di Roberto Masotti), da sinistra, Maurizio Giammarco, Roberto Gatto, Enrico Pieranunzi e Bruno Tommaso
