Jazz in Sudafrica, dalle Township all’Esilio Europeo

Il 21 marzo del 1960 durante le proteste popolari contro la politica dell’apartheid in Sudafrica nella township di Sharpeville la polizia apre il fuoco sulla folla radunatasi per una manifestazione pacifica uccidendo settanta persone e ferendone altre centinaia. All’indomani del massacro il paese sudafricano viene attraversato da una ondata di proteste spingendo il governo a dichiarare la legge marziale seguita da migliaia di arresti, in particolare di attivisti, e imposizione di draconiani divieti governativi.

Unitamente a questo, Il National Party, il governo di estrema destra nazionalista, attua una politica segregazionista nei riguardi delle forme artistiche della comunità di colore africana, incluso il jazz. Ciò che più preoccupa le autorità sudafricane è il possibile utilizzo da parte dei dissetanti del messaggio di valenza sociale e di uguaglianza tra i popoli insito nel jazz per risvegliare e consolidare il senso di aggregazione collettiva e di lotta della comunità nera e delle minoranze etniche delle township sudafricane. In conseguenza di ciò, ai musicisti di colore attivi nel circuito jazzistico del paese viene vietato di esibirsi in pubblico e la loro musica viene bandita dalle radio, addirittura gli esponenti principali vengono minacciati.

L’anno precedente al massacro di Sharpeville, il compositore e pianista jazz Todd Tozama Matshikiza compone musica e testi per l’opera musicale King Kong, basata sulla vita del pugile di colore Ezekiel Dhlamini, coinvolgendo importanti nomi della scena musicale sudafricana del periodo: la cantante Miriam Makeba,  l’altosassofonista Kippie Moeketsi, indicato come il Charlie Parker del Sudafrica, il sassofonista Mackay Davashe, il trombettista Hugh Masekela, il trombonista Jonas Gwangwa.

I quattro musicisti insieme al pianista Dollar Brand (in seguito conosciuto col nome di Abdullah Ibrahim) fanno parte del gruppo Jazz Epistles, nato alla metà degli anni Cinquanta. La formazione, la prima a proporre il genere bebop in Sudafrica, incide nel 1959 il lavoro discografico Jazz Epistle Verse 1.

Quando nel 1961 l’intera produzione del musical King Kong parte alla volta di Londra per una serie di rappresentazioni, il governo sudafricano nell’intento di estirpare la musica jazz quale mezzo di propaganda favorisce il rilascio di passaporti per gli artisti decisi a raggiungere l’Europa. Molti di questi, tra cui i componenti del Jazz Epistles, raccolgono la possibilità di raggiungere il Vecchio Continente, dove rimaranno in esilio per parecchi anni privando la scena culturale sudafricana di un patrimonio musicale in pieno sviluppo in termini di creatività e innovazione stilistica.

Nello stesso periodo il pianista e compositore bianco, di origini scozzesi, Chris McGregor forma a Città del Capo il gruppo Blue Notes. Di fatto il gruppo sia nella composizione dell’organico sia nella proposta stilistica si afferma come vero e proprio veicolo artistico di protesta contro la separazione razziale nel contesto della politica dell’apartheid: i componenti, tranne il leader, sono musicisti di colore che uniscono la musica da ballo delle township, il Kwela, con il jazz statunitense, in particolare di scuola hard bop.

Del sestetto facevano parte il trombettista Mongezi Feza, il pianista e contrabbassista Johnny Dyani, i sassofonisti Dudu Pukwana e Nikele Moyake e il batterista Louis Moholo. La formazione, a causa delle leggi sempre più repressive del governo sudafricano, tra cui quella che non permette ai musicisti bianchi e neri di esibirsi insieme, sono costretti a tenere i concerti clandestinamente.

Come avvenuto nel caso del Jazz Epistles, anche il Blue Notes nel 1964 si trasferisce in Europa, dove si sposta tra Francia, Svizzera, Danimarca e Gran Bretagna, tenendo concerti in festival e club, come il Jazz Festival di Antibes e il Ronnie’s Scott di Londra.

All’indomani dello scioglimento della formazione, avvenuta alla metà degli anni Sessanta, Johnny Dyani e Louis Moholo incontrano a Londra il sassofonista americano Steve Lacy e il trombettista Enrico Rava. I due musicisti sudafricani entrano nel quartetto di Steve Lacy in sostituzione del batterista Aldo Romano, che aveva lasciato il gruppo per suonare col trombettista Don Cherry, e del contrabbassista Kent Carter. Nel 1966 il quartetto raggiunge l’Argentina, restandovi per circa un anno; durante il periodo di permanenza nel paese sudamericano il quartetto tiene un concerto presso l’Istituto Culturale di Tella, pubblicato in seguito col titolo di The Forest and the Zoo.

Dal canto suo Chris McGregor fonda nel 1969 la formazione orchestrale Brotherhood of Breath, riunendo insieme gli ex componenti dei Blues Notes, tra cui Dyani e Moholo, ritornati nel frattempo a Londra, ed esponenti della scena jazzistica d’avanguardia britannica, quali per esempio il trombonista Nick Evans e il sassofonista John Surman. L’anno successivo la formazione pubblica il primo disco omonimo, nel quale McGregor coniuga l’improvvisazione collettiva insita nel linguaggio free jazz con la musica dell’etnia di origine bantu, Xosa, a cui si era avvicinato sin da bambino nella regione di Transkei nella provincia di Capo Orientale (Sudafrica), dove si era traferito con la famiglia.

I musicisti sudafricani costretti all’esilio in Europa e negli Stati Uniti sono riusciti, nonostante la persecuzione di cui sono stati vittime da parte del governo sudafricano, a mantenere vivo il patrimonio tradizionale ed etnico della loro terra di origine, riscuotendo al contempo un largo consenso di pubblico e critica nei confronti di un vocabolario musicale ampiamente sconosciuto all’estero tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.

In aggiunta, gruppi quali Jazz Epistles, Blue Notes e Brotherhood of Breath hanno avuto un impatto determinante sulla scena jazz inglese, e di converso europea, del periodo spingendo i musicisti ad avviare una sperimentazione concettuale e stilistica maggiormente aperta verso il terzomondismo culturale, anticipando di fatto il sincretismo musicale della World Music.

Paolo Marra

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