Intorno alla metà degli anni Trenta alcuni giovani appassionati di jazz francesi, Charles Delaunay, Pierre Nourry e Hughes Panassié sono impegnati nell’organizzazione e gestione dell’Hot Club de France, associazione dedita alla divulgazione e sponsorizzazione di questo genere musicale nella capitale transalpina.
La band principe dell’associazione, il Quintet du Hot Club de France, è capitanata da due straordinari musicisti, il chitarrista manouche Django Reinhardt e il violinista Stéphane Grappelli, accompagnati dal contrabbassista Louis Vola e due chitarristi ritmici, Joseph Reinhardt, fratello di Django, e Roger Chaput.
La dedizione da parte di Charles Delaunay nei confronti della musica proveniente da oltreoceano era probabilmente stata accresciuta da una sensibilità artistica fatta propria grazie all’influenza esercitata su di lui dai genitori, Sonia e Robert Delaunay, entrambi pittori francesi che avevano aderito alle correnti artistiche dell’astrattismo e cubismo.
Insieme a Hughes Panassiè, giovane critico musicale dalle già evidenti qualità di analisi e scrittura, Charles aveva in quel torno di tempo fondato la prestigiosa rivista Jazz Hot.
L’avvento del nazismo in Germania, però, stava innescando una spirale di tensione politica e sociale che da lì a poco avrebbe fatto sprofondare il Vecchio Continente e il mondo interno nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
Paradossalmente durante quegli anni bui, in particolare a Parigi, il jazz assumerà per la popolazione civile e truppe di stanza in Europa i contorni di un inno alla fugace evasione dalle orrende e brutali conseguenze della guerra, incarnando in qualche modo, attraverso lo swing arrivato dagli Stati Uniti, lo spirito sovversivo contro il nemico teutonico.
All’indomani del conflitto mondiale, Charles e Hughes si dividono, il primo viene affascinato dal nuovo corso del bebop di Charlie Parker e compagni, il secondo rimane arroccato su vedute ultra-tradizionaliste; le due visioni non possono che portare alla rottura.
Nel 1949 Charles Delaunay si impegna nell’organizzazione di un festival jazz, il primo nel suo genere in Europa, alla Salle Pleyel, sala parigina deputata a concerti sinfonici. Il parterre di musicisti ospiti è quanto di meglio possa offrire il jazz internazionale in quel periodo post-bellico: Charlie Parker, Miles Davis, Max Roach, Tadd Dameron, Sidney Bechet, Kenny Clarke, Al Haig e diversi altri.
D’altra parte il nutrito gruppo di musicisti europei, inglesi, svedesi, belgi, svizzeri, italiani e francesi si presenta sul palco del festival parigino con la determinazione di non sfigurare davanti ai colleghi statunitensi; l’opportunità è di quelle da non perdere, né “steccare”, visto il pubblico internazionale accorso ad assistere ai concerti. In questo quadro, i musicisti nostrani si dimostrano da subito all’altezza della situazione, sintomo di una graduale crescita del jazz a cui si sta assistendo in quegli anni in Italia.
Nella capitale francese arriva Armando Trovajoli, pianista che si era messo in evidenza nei night club di Roma. Seguendo la vocazione classica maturata presso il Conservatorio di Santa Cecilia, prima di unirsi al gruppo di musicisti italiani, il pianista si reca presso il cimitero di Père-Lachaise, per “omaggiare la tomba” del pianista Fryderyk Chopin.
Durante il festival si esibisce dapprima in una gara con altri pianisti e successivamente in trio col contrabbassista Gorni Kramer e il batterista Gil Cuppini. La fredda e ostile accoglienza riservata dal pubblico francese ai tre musicisti all’inizio del concerto si tramuta al termine dell’esibizione in un applauso scrosciante, decretando il successo del trio e personale del pianista romano.
Sul palcoscenico della manifestazione sale un altro giovane jazzista arrivato a Parigi con la compagine italiana, il sassofonista Flavio Ambrosetti. In verità Ambrosetti è italo-svizzero, nato a Lugano, ed è presente al festival col complesso del trombettista e vibrafonista svizzero Hazy Osterwald, di cui fa parte anche Gil Cuppini.
A sedici anni aveva lasciato il pianoforte, sul quale era solito suonare partiture di Debussy, Chopin e dei grandi compositori dei musical di Broadway, optando per il sassofono; l’infatuazione per lo strumento a fiato era scoccata quando in un Hotel di St. Moritz si era presentato nientemeno che Coleman Hawkins, colosso del jazz statunitense, accompagnato da una formazione di musicisti svizzeri.
Spinto dalla ingenua temerarietà dell’adolescente voglioso di mordere la vita, Flavio si era offerto di poter accompagnare al piano il leggendario sassofonista. La prova risulterà più difficile del previsto, ma farà da preludio alla scelta meditata nella camera dell’Hotel di dedicarsi anima e corpo allo studio del sax tenore.
Diversi anni dopo, anche suo figlio Franco, che all’epoca del festival di Delaunay ha appena otto anni, seguirà le orme del padre, imponendosi come uno dei migliori trombettisti a livello internazionale.
Come accennato prima, tra i jazzisti che esibiscono sul palco del festival parigino, sono presenti due nomi destinati a lasciare un segno indelebile nella storia del jazz e, in generale, della musica contemporanea del Novecento, Miles Davis e Charlie Parker.
Il primo, come lo descrive il critico musicale Arrigo Polillo, “era poco più che un ragazzo: avrebbe compiuto ventitré anni di lì a pochi giorni… nei suoi occhi si leggeva una sconfinata timidezza”. Il secondo si presenta al festival in pessime condizioni, affetto da squilibri e frequenti sbalzi di umore, dovuti all’uso ormai prolungato di droghe e alcool. É un Parker irriconoscibile, si dimena sul palcoscenico in una performance da dimenticare, non certo altezza dell’aura che lo aveva preceduto al suo arrivo nella capitale francese. Anche in conseguenza di ciò, a dispetto di ogni previsione ad imporsi all’attenzione del pubblico accorso alla rassegna non sono gli eroi del bebop quanto piuttosto i jazzisti italiani e i “bravissimi” colleghi svedesi.
Nonostante la buona affluenza di pubblico, il festival è per Charles Delaunay un fallimento economico. Ma per il jazz italiano la rassegna si rivela un importante trampolino di lancio verso la notorietà internazionale.
Fonte bibliografica: Stasera Jazz. La mia avventura tra i grandi del Jazz di Arrigo Polillo (2007 – Marco Polillo Editore)




