Nel periodo storico che viviamo e respiriamo mettersi in ascolto delle proposte musicali provenienti dall’universo jazzistico internazionale significa liberare la mente da stereotipi e pregiudizi riguardo a generi e stili, per farsi trasportare da espressioni sonore provenienti da luoghi e storie diverse ma universalmente unite della continua ricerca della contaminazione.
La programmazione variegata e, nello stesso tempo, qualitativa del Roma Jazz Festival 2023 ci convince ulteriormente, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di come il futuro della musica sia racchiuso nella fusione di frammenti di poliedriche forme musicali da cogliere dalle diverse parti del globo.
Non a caso, il tema portante del festival romano si sintetizza nel termine “transizione”, connotata, come spiega Mario Ciampà, direttore artistico della rassegna nonché storico fondatore a metà degli anni Settanta del Saint Louis Jazz club, in una “musica jazz, sempre attenta ai cambiamenti” generatrice di una ulteriore transizione stilistica. Oggi, la linea di demarcazione tra jazz, musica elettronica, musica contemporanea, musica popolare, rap o pop è diventata sempre più sottile e sfumata. Gli artisti dell’avanguardia contemporanea stanno creando una fusione unica in costante divenire che sfida le convenzioni e non ha paura di evolvere verso qualcosa di nuovo. Il jazz contemporaneo è diventato un terreno fertile per l’esplorazione e l’espressione individuale, permettendo agli artisti di spingersi al limite delle loro abilità e di farsi portavoce di un messaggio di condivisione, integrazione e libertà.”
La performance della cantautrice e polistrumentista Judith Hill nella terza serata del Roma Jazz Festival è stata la cartina di tornasole del manifesto programmatico della rassegna jazzistica. L’artista americana si è esibita sabato 4 novembre nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica nell’ambito del tour europeo.
Nei tratti somatici di Judith Hill si fondono, o meglio si incontrano, oriente e occidente: sua madre è la pianista giapponese Michiko Yoshimura, mentre suo padre Robert Lee “Pee Wee” è un bassista afro-americano.
Notata da Prince in un video clip trasmesso sul network digitale Revolt nel quale la musicista esprimeva il desiderio di lavorare con lui, nel 2015 viene alla ribalta con l’album Back in Time, prodotto dal folletto di Minneapolis e inciso nei suoi leggendari studi di registrazione di Paisley Park.
In precedenza Judith Hill aveva collaborato, nella veste di corista e cantante ospite, con nomi del calibro di Michael Jackson, Josh Groban, Rod Stewart, George Benson, John Legend e diversi altri, preso parte al documentario 20 Feet From Stardom, per il quale viene premiata nel 2014 con il Black Reel Award per il brano “Desperation”, e partecipato a quattro stagioni della competizione musicale americana The Voice.
Dotata di una vocalità potente e nello stesso tempo intrisa di sfumature avvolgenti e ipnotiche, la cantante durante il concerto nella Sala Petrassi, accompagnata dai genitori e dal batterista John State, ha incarnato con passione e qualità tecnica, sia alla chitarra sia al piano, le diverse declinazioni della musica black; momenti intimi e gocciolanti di evocazioni gospel si sono alternati ad impetuosi brani costruiti su strutture funk e blues, con richiami al jazz e al rock di Hendrixiana memoria.
Insomma, una liturgia musicale condivisa col pubblico su cui prepotente incombeva l’ombra tutelare del genio di The Artist, Prince, in particolare dell’ultimo scorcio di carriera di dischi come The Rainbow Children, Musicology, One Nite Alone e LOtUSFLOW3R.
Nonostante i rimandi ai caposaldi della cultura musicale afroamericana, siamo di fronte ad un’artista a tutto tondo, con una propria originale fisionomia, come d’altronde già evidente nel suo primo lavoro discografico Back in Time e, ancora, nel nuovo singolo “Runway Train”, che anticipa l’uscita nei prossimi mesi del suo quinto album in studio.
Paolo Marra




