Scrivere di jazz non è certo esercizio facile, bisogna cercare continuamente di stare al passo con una forma d’arte in divenire relazionandosi con la difficoltà di mettere oggi su “carta” quello che domani potrebbe essere sorpassato.
Non sorprende, il jazz, anziché seguire nell’arco del tempo mode passeggere, è stato caratterizzato da movimenti stilistici ben radicati nelle epoche nei quali essi si sono formati. I musicisti di jazz impegnati nella ricerca di nuove forme musicali si sono mostrati da sempre riluttanti a rimanere imbrigliati in uno specifico modo di sentire, comporre e suonare la propria musica.
Alla luce di ciò, il giornalista e critico musicale dovrebbe porsi come mezzo interpretativo e conoscitivo tra il musicista e il pubblico, evitando di emettere giudizi dettati da posizioni oltranziste, dettate, spesso, dalla volontà di cristallizzare una forma musicale in grado di tradurre in suono il “pensiero cosciente”, riflesso nell’evolversi del comportamento umano.
Troppo spesso nella critica jazzistica tale assunto è stato disatteso in favore di approssimative stroncature nei riguardi di lavori discografici, di fazioni pro o contro taluni propugnatori di nuove idee e generi musicali, di un’eccessiva dose di esterofilia da parte di certa stampa nostrana restia a riconoscere il valore della compagine di jazzisti attivi in Italia.
D’altronde, anche l’avvento del be-bop negli anni Quaranta aveva dato luogo ad una frattura all’interno della critica musicale: i parigini Charles Delaunay e Hugues Panassiè, fondatori nel 1935 della rivista Jazz Hot, nel dopoguerra, dopo un sodalizio durato alcuni anni, prenderanno strade opposte a causa di pareri contrastanti su quanto stava succedendo in seno al panorama jazzistico americano: il primo, paladino del jazz tradizionale, rigettava in toto il nuovo movimento del be-bop, il secondo ne diviene in poco tempo un forte sostenitore e promotore insieme ad altri giovani critici, tra cui l’inglese Leonard Feather e l’americano Ira Gitler.
Qualche decennio più tardi, negli anni Settanta, l’avvento del jazz-rock provocherà forti contestazioni da parte di un’ampia schiera di appartenenti alla critica musicale internazionale; in Italia il noto critico Arrigo Polillo, di cui parleremo tra poco, descriverà in termini non certo lusinghieri la proposta musicale del gruppo jazz-rock del Perigeo, additandola come “rock fracassone e truccato, in cui sono naufragati quasi tutti”.
In anni successivi ci sarà una tardiva rivalutazione dei lavori discografici della formazione italiana e di altri esponenti di quella breve ma intensa stagione musicale come, d’altronde, era accaduto anni prima nei riguardi della svolta “elettrica” di Miles Davis, a dimostrazione di quanto a volte la critica musicale sia stata condizionata da presunzioni alquanto personali nella valutazione di nuove proposte musicali. Rimane, comunque, fondamentale il ruolo ricoperto dalla critica musicale, promossa dall’editoria e dalla stampa, nella diffusione e valorizzazione del jazz presso il pubblico americano ed europeo.
A parte la sopraccitata rivista francese Jazz Hot, troviamo nel novero delle riviste dedicate al jazz, l’inglese Melody Maker, tra i cui collaboratori vi erano il giovane pianista e critico Leonard Feather, DownBeat, nata a Chicago e diretta dal 1967 al 1973 dal critico di origine austriaca Dan Morgenstern, Metronome, con articoli a firma di Leonard Feather e Barry Ulanov.
In Italia nel 1945 il giornalista e paroliere Gian Carlo Testoni fonda la rivista Musica Jazz (nei primi due anni di attività conosciuta come “Musica e Jazz”), tra i cui collaboratori spiccavano Arrigo Polillo, nella veste di caporedattore, il critico Livio Cerri, l’arrangiatore e direttore d’orchestra della Rai Pippo Barzizza, il batterista Gilberto Cuppini.
Nel 1965, a seguito della scomparsa di Gian Carlo Testoni, la direzione della rivista passa ad Arrigo Polillo. Oltre che scrittore, saggista e autorevole critico musicale, Arrigo Polillo, dagli anni Cinquanta, sarà un indefesso organizzatore di eventi e manifestazioni di stampo jazzistico, capace di instaurare una fitta rete di relazioni con importanti produttori, musicisti e agenti.
Nel 1975 pubblica quella che è considerata tra le opere più complete e autorevoli della saggistica dedicata al Jazz, “Il Jazz: la vicenda e i protagonisti della musica afro-americana”.
La critica musicale italiana è stata da sempre in anticipo sui tempi per quanto riguarda la divulgazione della storiografia jazzistica, a partire dalla famosa “Enciclopedia del Jazz”, a cura di Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo e Giuseppe Barazzetta, pubblicata nel 1954.
Un anno prima era stata pubblicata la prima versione del volume “Das Jazzbuch” (Il libro del Jazz) del musicologo tedesco Joachim-Ernst Berendt, il testo sul jazz più diffuso al mondo, e, solo nel 1957 la prima edizione de “The New Encyclopedia of Jazz” di Leonard Feather e Ira Gitler.
La messe di saggi, biografie, volumi ma anche articoli ed editoriali apparsi negli anni successivi sulle principali testate italiane, La Repubblica, Il Messaggero, L’Avanti, l’Unita, Il Giornale ed altri, pongono l’attenzione su quanto il jazz abbia connotato l’intero spettro delle arti performative e, nel contempo, del tempo libero del pubblico italiano, agendo in maniera determinante sulla “quotidianità” dell’ascolto fruita in casa attraverso la radio prima e la televisione dopo e, al di fuori della sfera casalinga, nei teatri come musica per balletti e spettacoli di vario genere, nelle colonne sonore di pellicole cinematografiche, ma anche come semplice sottofondo didascalico nei luoghi d’incontro, per finire all’appuntamento concertistico.
La musicologia, attraverso l’editoria e la stampa, ha rivolto l’attenzione a tali interessi, bisogni e abitudini interiorizzate dal pubblico italiano, ricoprendo una funzione informativa quanto pedagogica destinata a suscitare nell’individuo una maggiore consapevolezza di scelta e ascolto derivata da una più ampia conoscenza del sottobosco antropologico e culturale relativo all’origine ed evoluzione della musica afro-americana.
Ne è un esempio la pubblicazione negli anni Settanta da parte della casa editrice Fabbri Editori, per la vendita nelle edicole, della storia del jazz a fascicoli, con microsolco allegato. Inoltre, la scena alternativa promossa dalla nuova generazione di jazzisti italiani trova nello stesso periodo un’inaspettata visibilità nelle pagine di periodici come Epoca” e Panorama, oltreché nelle pagine di riviste musicali dedicate alla cultura giovanile, Ciao2001 e Muzak, quest’ultima nata negli ambienti vicino alla sinistra extra-parlamentare.
Si va così delineando una contro-informazione musicale che affianca ad articoli dedicati al rock-progressive, il folk e forme di jazz meno ortodosse, rubriche dedicate alla politica, moda, cinema, teatro sperimentale, pittura, libri e addirittura psicologia.
Con un corollario di competenze ed esperienze acquisite sul campo il giornalista-critico musicale è stato un testimone privilegiato delle vicende di quegli anni, restituendoci, per quanto possibile, un affresco autentico della temperie culturale e sociale italiana, al di là delle polemiche e posizioni a volte “barricadiere”.
Oggi, che l’editoria e la carta stampata sono investite da una crisi senza precedenti e il contorno sembra avere assunto maggiore peso rispetto ai contenuti, forse scrivere di jazz è divenuto un esercizio ancora più complicato, ma non per questo meno entusiasmante.
Nota: Gli articoli a firma di Arrigo Polillo vengono pubblicati all’interno delle rubriche dedicate al jazz sulle pagine dei periodici Epoca, Panorama, Il Giorno
Fonti bibliografiche: “Franco D’Andrea – Un ritratto” di Flavio Caprera, “Arrigo Polillo – Un maestro internazionale della critica Jazz” a cura di Luca Cerchiari e Roberto Polillo, “Il Libro del Jazz” di Joachim Ernst Berendt e Gunther Huesmann.
