Il canto al femminile acquisiste attenzione e visibilità tardivamente nell’ambito del jazz italiano. Questo non sorprende se si analizza la storia dei generi blues e jazz; in questi contesti musicali le interpreti femminili iniziano ad essere conosciute presso il grande pubblico solo intorno agli anni Venti del secolo scorso.
Del periodo precedente ci sono pervenuti unicamente nomi di bluesmen. Il contesto dove nasce e si sviluppa il blues rurale era contraddistinto da un ambiente sociale fortemente maschilista e sessista. Per questo motivo la figura femminile, relegata in posizione subalterna e marginalizzata, era impossibilitata a svolgere attività cosiddette “artistiche”.
Il cambiamento avviene all’indomani dell’immigrazione di massa della popolazione nera del Sud degli Stati Uniti verso i grandi centri urbani del Nord, iniziata intorno al 1916; in quel contesto, svincolato in parte da arcaiche presunzioni culturali e sociali, si definisce la figura della “cantante blues” professionista, di nomi come Ma Rainey, Bessie Smith, Alberta Hunter, Big Mama Thornton.
A partire dagli anni Trenta, capacità di fraseggio ed improvvisazione, coloritura timbrica, interpretazione, controllo dell’intonazione, nonché una tecnica sempre più elaborata ed espressiva, diverranno tratti peculiari della “cantante jazz“, incarnata da artiste come Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Carmen McRae, Betty Carter, Nina Simone, Abbey Lincoln, Dinah Washington. Collaborando a stretto contatto con partner maschili, le cantanti afro-americane hanno avuto il merito di valorizzare e innovare nel suo insieme il genere jazz.
A sostegno di ciò, basterebbe citare l’utilizzo ad litteram da parte di Billie Holiday del microfono come strumento utile ad arricchire la voce di sfumature espressive e timbriche prima impercettibili, in particolare alle persone posizionate lontano dal palco. Tecnica in seguito impiegata in studio dal cantante Frank Sinistra e dal vivo dal trombettista Miles Davis.
Dagli anni Ottanta si affermano nel panorama del jazz italiano giovani vocalist con spiccate doti tecniche ed espressive; aggiungono agli elementi della tradizione del canto jazz femminile le sonorità mediterranee, la canzone popolare e le sperimentazioni più audaci.
Anche loro collaborano, come le grandi esponenti del canto jazz afro-americano, con giovani e affermati strumentisti, spesso anche nel ruolo di compositrici e leader di formazioni. In certi casi, sono proprio le cantanti ad aiutare altri colleghi, uomini e donne, a emergere in un contesto musicale in ascesa.
Tiziana Ghiglioni, per esempio, dopo l’incisione degli album Lonely Woman (1981) e Sound Of Love (1983), nel 1984 pubblica uno dei dischi più significativi del jazz italiano, Streams, in cui compare, tra gli altri, il pianista, prematuramente scomparso Luca Flores. Come racconta la cantante in un’intervista a Blu Jazz (Gerlando Gatto, ottobre 1990), il produttore del disco, Peppo Spagnoli, fondatore dell’etichetta Splasc(H), fino a quel momento “aveva fatto incidere solo gruppi già affermati”.
La Ghiglioni, però, chiede al produttore italiano di realizzare il disco con una formazione di giovani musicisti, con un repertorio composto da standard, suoi brani e degli altri componenti del gruppo. Solo in seguito ad una lunga discussione Peppo Spagnoli acconsentirà alla proposta della cantante.
A partire dalla incisione di questo lavoro discografico, fortemente voluto da Tiziana Ghiglioni, la Splasc(H) pubblicherà numerosi dischi di giovani musicisti, valorizzando la loro proposta artistica a livello internazionale.
Nello stesso periodo si affermano nel panorama del jazz nazionale e internazionale le cantanti Maria Pia De Vito, Ada Montellanico e Carla Marcotulli. A prescindere dal personale approccio allo stile vocale, ciò che caratterizza tutte loro è la capacità di articolare ritmo, timbro, inflessioni, volume e parole in maniera magistrale, sia in italiano sia in inglese, riuscendo a significare un brano o una canzone anche nei minimi passaggi e sfumature timbriche e testuali.
Esplicita in maniera esaustiva questo aspetto il critico e scrittore Arrigo Polillo nelle note di copertina del primo disco di Tiziana Ghiglioni, Lonely Woman, in cui afferma che “per cantare il jazz bisogna avere feeling, aver vissuto il blues. Ma le doti di una cantante jazz non si limitano a tali prerogative; deve avere una profonda conoscenza della lingua inglese, duttile e disarticolata, adatta al canto strumentale, alle parole tronche e monosillabiche”.
In aggiunta, le cantanti italiane scelgono di affiancare ai classici standard il repertorio del cantautorato italiano, della tradizione partenopea, in generale mediterranea, e l’improvvisazione libera, senza perdere di vista il lascito delle grandi voci della storia del jazz.
Maria Pia De Vito collabora con la pianista Rita Marcotulli al progetto Nauplia, una commistione tra melodia partenopea e jazz; qualche anno prima Tiziana Ghiglioni aveva collaborato in concerto e in studio nel disco Well Actually (1987) col trombonista Giancarlo Schiaffini, musicista attivo nell’ambito del jazz d’avanguardia e della musica contemporanea.
Ada Montellanico, accompagnata da Enrico Rava, nel lavoro discografico L’altro Tenco interpreta il repertorio di Luigi Tenco e in Ma l’amore no il repertorio della canzone italiana col pianista Enrico Pieranunzi, lo stesso Rava e il sassofonista americano Lee Konitz.
Dal canto suo Carla Marcotulli nel disco Love Is the Sound of Surprise esplora col piglio delle grandi interpreti della musica leggera italiana le ritmiche swing, l’ethos della musica mediterranea e operistica.
Paolo Marra
Nella foto la cantante Maria Pia De Vito




