Libera Creatività Jazzistica tra Roma e Chicago

Nel corso degli anni sessanta e settanta i musici di jazz coniugano gli elementi della tradizione culturale africana ed europea con la personale ricerca espressiva, filosofica, religiosa e di presa di coscienza nei riguardi di tematiche sociali e razziali.

Il messaggio principale che ne deriva comunica un forte senso di appartenenza a un collettivo di singole voci che solo amalgamandosi possono raggiungere un comune obiettivo artistico.

L’incontro tra musicisti appartenenti a contesti fisici e culturali in apparenza distanti tra loro ha sicuramente contribuito ad accelerare la spinta di innovazione degli aspetti formali ed estetici del jazz.

Questa nuova fase coincide con la nascita a livello internazionale della musica glocal, caratterizzata dall’interazione del singolo artista o gruppo locale con una realtà globale di culture, costumi, tradizioni, strumenti materiali ed immateriali.

Tappa fondamentale di questo percorso di innovazione in seno alla musica afro-americana è stata la nascita a Chicago nel 1965 dell’AACM – Association for the Advancement of Creative Music – su iniziativa del pianista e compositore Muhal Richard Abrams, il pianista Jodie Christian, il batterista Steve McCall e il compositore Phil Cohran.

Il manifesto programmatico dell’associazione è votato alla sviluppo della libera improvvisazione come mezzo espressivo per il recupero delle radici dell’identità afro-americana nel contesto della società statunitense attraversata da forti tensioni sociali e razziali.

In virtù di questo, la proposta artistica dell’AACM riscuote poca attenzione da parte di critica e pubblico americano, suscitando di contro un vasto eco in Europa.

Verso la fine degli anni sessanta, diversi musicisti appartenenti all’AACM si spostano in Europa, in particolare a Parigi. Tra questi, il sassofonista Anthony Braxton e l’Art Ensemble of Chicago formati dal trombettista Lester Bowie, il bassista Malachi Favors, i sassofonisti Roscoe Mitchell e Joseph Jarman e, dal 1969, dal batterista Don Moye.

Gli AEOC tengono concerti in tutta Europa, tra cui Italia, Germania, Inghilterra, per incidere in Francia il lavoro discografico dal titolo A Jackson in Your House. La loro musica è sicuramente l’emblema dell’interazione totale tra i componenti della formazione, speculare a quella che coinvolge le loro performance caratterizzate dall’utilizzo di un’ampia varietà di strumenti, arti performative, gestualità, elaborati costumi e ricerca sperimentale radicata nei riti ancestrali della canzone africana.

Agli inizi degli anni settanta una simile integrazione tra avanguardia e tradizione popolare inizia a essere tema di interesse per un gruppo di musicisti residenti a Roma. Tra questi, il giovane sassofonista, Maurizio Giammarco che dopo aver militato nella band jazz-rock Blue Morning decide di avviare un personale percorso di ricerca musicale.

Nel 1973 entra a far parte della formazione del sassofonista Mario Schiano, propugnatore del free jazz romano, per la registrazione dell’album Sud, per poi collaborare nel 1975 con il batterista Andrea Centazzo in trio col contrabbassista Bruno Tommaso nell’album Fragmentos e in duo col solo Centazzo per Davanti e Oltre la Soglia. 

Nei due lavori discografici i musicisti utilizzano un ampio armamentario di percussioni convenzionali e non convenzionali, sintetizzatori, modulatori di frequenza e filtri per sassofono.

Nella volontà di dare continuità a questa esperienza, Maurizio Giammarco prende parte al gruppo Suonosfera, insieme al chitarrista Tony Ackerman, il sassofonista e clarinettista Gianni Nebbiosi, il sassofonista Eugenio Colombo, i batteristi Nicola Raffone e Michele Iannaccone”. Il Suonosfera è tra le prime formazioni in Italia a proporre la libera improvvisazione senza l’utilizzo del contrabbassista all’interno dell’organico.

Ritornato in Italia nel 1976, dopo aver maturato l’esperienza al Creative Music Studio (Woodstock) come allievo del pianista e compositore tedesco Karl Berger, Maurizio Giammarco forma diversi gruppi a suo nome, un quartetto con Tommaso Vittorini, Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto e un quintetto con l’aggiunta di Giancarlo Maurino al posto di Vittorini e il giovane pianista Danilo Rea.

La volontà di esplorare nuovi paesaggi sonori, stavolta influenzati dalla musica etnica africana, jazz-rock e riscoperta e valorizzazione politico-sociale della musica tradizionale italiana, spinge Maurizio Giammarco a collaborare col gruppo romano del Canzoniere del Lazio negli album Miradas (1977) e Morra (1978).

Nell’estate dello stesso anno il sassofonista tiene una serie di concerti con Lester Bowie, suggellando l’incontro tra la scena alternativa del jazz romano con uno dei personaggi simbolo dell’avanguardia afro-americana della Windy City.

Il trombettista americano arrivato nella Capitale nel 1977 dalla Nigeria, dove aveva collaborato con il cantante Fela Kuti, rimasto in attesa tra l’estate e l’autunno di poter “rimpatriare” negli Stati Uniti, entra in contatto, grazie all’intercessione del fotografo e promoter di origini sarde Isio Saba, con il gruppo “locale” di giovani jazzisti, oltre a Maurizio Giammarco, Massimo Urbani, Tommaso Vittorini, Roberto Gatto, Patrizia Scascitelli, Giancarlo Schiaffini e il trio Cadmo di Antonello Salis con Riccardo Lay e Mario Paliano.

Il trombettista tiene coi colleghi italiani concerti al teatro San Macuto e al Saint Louis jazz club. Al dire il vero gli Art Ensemble of Chicago avevano avuto sin dal 1974 un rapporto privilegiato con l’Italia, esibendosi al Teatro Donizetti nell’ambito del Festival del Jazz di Bergamo, a Bologna, Rimini, Terni e Pescara.

Inoltre, alla fine degli anni sessanta, lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini aveva inserito nel suo film-documentario “Appunti per un’Orestiade Africana”, girato in Tanzania e Uganda, il filmato della jam session di Don Moye al Folkstudio di Roma, insieme al sassofonista argentino Gato Barbieri, il contrabbassista Marcello Melis e Archie Savage e Yvonne Murray alle voci.

Positivamente impressionato dalla collaborazione con Maurizio Giammarco, prima di tornare negli Stati Uniti Lester Bowie invita il sassofonista a partire con lui per prendere parte all’Orchestra “Sho’ Nuff“.

Il sassofonista non si fa sfuggire l’occasione, anche perché la formazione orchestrale del trombettista afro-americano riunisce sessanta elementi tra i migliori della scena dell’avanguardia afroamericana: a parte gli altri membri del AEOC, i sassofonisti Oliver Lake, David Murray, Henry Threadgill, il flautista James Newton, il polistrumentista Anthony Braxton, il clarinettista George Lewis, il contrabbassista Eddie Gomez, i batteristi Jack DeJohnette e Philip Wilson, solo per menzionarne alcuni.

Come unico musicista europeo presente, Maurizio Giammarco si esibisce con la “Sho’ Nuff 60 Pieces Orchestra” in due concerti tenuti il 17 febbraio del 1979 al Simphony Space di New York.

Siamo ormai a ridosso degli anni ottanta e il jazz italiano sta prendendo nuove direzioni, in primis quella della ricerca elettronica nell’ambito del genere fusion.

Per Maurizio Giammarco al ritorno in Italia, e di riflesso per i suoi giovani colleghi, le pregresse esperienze a contatto coi musicisti dell’avanguardia afro-americana risulteranno fondamentali per la definizione di un approccio alla ricerca e alla sperimentazione nel jazz svincolato da ogni limite predefinito.

Nota 1: Nella città di Saint Louis nasce l’associazione BAG – Black Artist ‘Group, con finalità artistiche simili a quelle promosse dall’AACM

Nota 2: Don Moye alla fine degli anni sessanta collabora ad alcuni programmi trasmessi dalla Rai

Paolo Marra

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