Miles Davis in Italia – Prima Parte

Nell’intera storia del jazz Miles Davis è stato uno dei pochi musicisti in grado di trascendere uno specifico stile musicale.

Il trombettista americano, guidato da quella irrequietezza artistica utile a captare ogni minimo segnale di cambiamento in atto nella temperie culturale della seconda metà del Novecento, ha incarnato l’ineluttabile carattere del jazz di essere arte in continua evoluzione, evitando consapevolmente qualunque coartazione legata alla purezza della tradizione tout court.

Sia chiaro, Miles Davis non ha seguito pedissequamente le mode del momento ma altresì si è mosso in anticipo per arrivare ad una compiuta lettura di una trasformazione stilistica già accennata da altri, suggerendo e al contempo prestando attenzione a gusti e scelte del pubblico. Dopo avere riscritto i canoni del bebop, cool jazz e jazz modale, negli anni sessanta col “secondo quintetto” costruisce i brani intorno ad un beat pulsante e libero, al limite della linea di demarcazione col free jazz, mai volutamente oltrepassata, gettando le basi per la svolta elettrica del seminale album Bitches Brew.

Al ritorno sulle scene negli anni Ottanta ricostruisce attraverso una lettura jazzistica brani della scena pop, come mai nessuno aveva avuto l’ardire di fare prima.

Alla fine, le alterne fasi della complessa parabola musicale di Miles Davis trovano un senso compiuto nella liricità del suono espresso col suo strumento, per certi versi antitetico all’uomo celato dietro l’artista, alle prese con una continua battaglia cinica, dura, a tratti supponente con pubblico e critica, di cui mai si fiderà completamente.

Seguendo le varie tappe dell’arrivo in Italia di Miles Davis, dal 1956 a poco prima del suo decesso nel 1991, appare evidente come gli aspetti summenzionati abbiano creato nel pubblico e addetti ai lavori un certo grado di tensione e incertezza, in parte stemperato dalle prime note accennate alla tromba.

Nel 1955 Miles Davis riscuote un clamoroso successo nella seconda edizione del Newport Jazz Festival organizzato da George Wein, uno dei più famosi impresari della storia del jazz. La performance, infatti, lo pone all’attenzione del grande pubblico e dell’etichetta Columbia, la quale decide di metterlo sotto contratto. George Wein inquadra quel momento cruciale dell’intera carriera del trombettista – “(Miles) supero l’inadeguatezza dell’impianto sonoro mettendo il microfono diretto dentro la campana della tromba e iniziò a suonare “Round Midnight” di Monk. La chiarezza del suono pervase l’aria del Freebody Park di Newport, come nessuna altra cosa avessimo ascoltato quell’anno. Era qualcosa di elettrizzante per gli spettatori sul prato, i musicisti nel backstage e per i critici”∗ 

A seguito della partecipazione al Newport Jazz Festival, Miles Davis decide di formare un nuovo quintetto con Red Garland al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria, a cui si aggiunge John Coltrane al sassofono in sostituzione di Sonny Rollins.

Le tre sessioni di registrazione – effettuate dalla formazione a New York nel maggio e ottobre del 1956 – producono ben 31 brani, pubblicati dall’etichetta Prestige in cinque lp: Cookin’, Relaxin’, Workin’, Steamin’ with the Miles Davis Quintet.

Dopo pochi giorni dalla seconda sessione, il trombettista parte alla volta dell’Europa con la Birdland All Stars, che include Bud Powell, Lester Young e il Modern Jazz Quartet. La serie di concerti, organizzati dall’impresario e produttore discografico Norman Granz, prevede una tappa al Teatro Nuovo di Torino, dove Miles Davis suona insieme al sassofonista Lester Young e una sezione ritmica tutta francese, René Utreger, Pierre Michelot e Christian Garros.

Fa capolino tra il pubblico accorso al quel concerto del 22 novembre del 1956 un giovane Enrico Rava, il quale anni dopo racconterà – “All’epoca ero già un appassionato di Miles, ma vederlo dal vivo per la prima volta in quel concerto straordinario al Teatro Nuovo ebbe un tale impatto su di me che dopo quindici giorni comprai una tromba cercando di imparare a suonarla” – e continua – “Lester Young era già da tempo malato, questo gli causava degli impedimenti fisici che non gli permettevano di suonare come un tempo. Essendo però un genio, durante il concerto superava tale condizione fisica suonando in maniera strana, obliqua, mi ricordava da vicino Ornette Coleman. Ma quando all’improvviso entrò Miles tutto cambiò… riuscì in maniera magistrale a mettere tutto al proprio posto”∗

Qualche anno dopo, nel 1963, Miles Davis dà vita al “secondo quintetto”, una formazione che eserciterà un’influenza determinante sulle future generazioni di jazzisti mainstream, dagli anni Settanta fino al neo-bop degli anni Novanta e Duemila.

Il trombettista americano avverte la necessita di circondarsi di giovani musicisti di talento; i primi ad essere contattati sono il contrabbassista Ron Carter, il ventitreenne prodigio del piano Herbie Hancock e il diciassettenne batterista di Boston, Tony Williams.

I tre lavorano insieme per la prima volta, insieme al sassofonista George Coleman e il pianista Victor Feldman, nell’album Seven Steps To Heaven (Columbia Records), registrato nel maggio del 1963. Nel settembre del 1964 entra nella formazione il trentunenne sassofonista Wayne Shorter. Con questa lineup, il quintetto parte per un tournée in Europa, che tocca Germania, Francia, Danimarca, Finlandia e, come ultima tappa, l’Italia.

L’11 ottobre del 1964 Miles Davis col quintetto da poco formato si esibisce al Teatro dell’Arte di Milano, nell’ambito di un Festival Jazz organizzato in collaborazione col promoter George Wein (un secondo concerto andrà in scena al Conservatorio di Milano).

Il repertorio include standard, tra cui la celeberrima “My Funny Valentine”, originali, come “The Theme”, “All Of Blues”, e “Joshua”, una composizione di Victor Feldman.

Il noto critico Arrigo Polillo, tra gli organizzatori dell’evento, descrive cosi il trombettista americano – “(Miles) pretende per contratto di suonare prima di ogni altro perché l’attesa lo innervosisce, assicura, ma poi può arrivare in Teatro quaranta minuti dopo l’ora fissata per l’inizio dello spettacolo, quando già il pubblico sta fischiando da un bel po’. Gli deve piacere l’idea di tenere sulle spine qualche migliaio di persone mentre lui se ne sta beatamente sdraiato sul suo letto d’albergo in attesa soltanto di fare la sua tardiva entrata e costringere all’applauso la gente che ha sofferto aspettandolo”.

Nonostante lo “stravagante” comportamento assunto, Miles Davis regala al pubblico una delle migliori performance dal vivo della sua intera carriera. Il critico italiano continuando nel racconto della serata scrive – “Poi Miles… suonò magnificamente, come in anni successivi non sarebbe più stato capace di fare”

Nel gennaio dell’anno successivo il quintetto registra il primo album dal titolo E.S.P. (Columbia Records); il lavoro discografico segna l’inizio della palingenesi della visione musicale di Miles Davis con tonalità spigolose e pulsazioni ritmiche inquiete, a cui contribuisce in larga misura la vicinanza alla scena free dei giovani componenti del quintetto.

Ad “accendere” le sedute di registrazione e le esibizioni dal vivo vi è da una parte una considerevole coesione compositiva, il trombettista scriverà sempre meno brani lasciando l’iniziativa in particolare a Wayne Shorter, e dall’altra una tecnica strumentale raffinata e di altissimo livello qualitativo.

Paolo Marra

∗ Miles Davis – The Complete Illustrated History (Voyageur Press, 2012),
∗ Enrico Rava intervistato da Paolo Marra
∗ Arrigo Polillo da Stasera Jazz (Polillo, 1978, 2007)

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