Miles Davis in Italia – Seconda Parte

Nel 1981 Miles Davis, dopo un lungo ritiro durato cinque anni, passato “nell’oscurità della sua casa di New York…” ∗, realizza l’album The Man With the Horn (Columbia Records), inciso col fidato produttore Teo Macero e l’aiuto dall’amico Gil Evans per la scrittura degli arrangiamenti.

L’anno seguente il disco We Want Miles (Columbia Records), contenente le date del tour del “ritorno” sulle scene del trombettista a Boston, New York e Tokyo, si aggiudica un Grammy Award come Best Jazz Instrumental Performance.

Il pubblico internazionale accoglie con entusiasmo il “sopravvissuto” del jazz, come d’altronde succede a Roma, il 26 aprile del 1982 al Teatro Tenda Pianeta. Il pubblico accorso all’evento dell’anno, non sa cosa aspettarsi da un musicista alla continua ricerca di nuovi approdi sonori ed espressivi, abituato, come nessun altro, a far parlare con la stessa forza struggente le note e il silenzio posto tra di esse.

Anche in questa occasione Miles Davis è affiancato da un gruppo di semi-sconosciuti musicisti. Non sorprende questa scelta, oltre ad essere una figura controversa del panorama musicale internazionale capace di spaccare critica e pubblico jazzofilo, il trombettista si è dimostrato nell’arco dei decenni un abile quanto sagace talent-scout.

Ciò gli ha consentito, da una parte, di attingere a nuovi stimoli, suggerimenti e idee e, dall’altra, di poter far crescere giovani talenti che proprio grazie a lui sono divenuti nel tempo artisti di alto livello tecnico-espressivo.

Sul palco del Teatro Tenda Pianeta la presenza intensa e ipnotica di Miles Davis, come uno sciamano risorto dalle ceneri, mette in equilibrio pregi e difetti dei cinque componenti del gruppo al fine di farli divenire partecipi di un tutt’uno musicale: il chitarrista Mike Stern, il sassofonista Bill Evans, il batterista Al Foster, il bassista Marcus Miller, il percussionista Mino Cinelu.

La musica espressa sottintende sia la citazione didascalica di un passato, di cui Davis è stato artefice iconoclasta, sia un nuovo discorso espressivo e stilistico ancora in fase di gestazione embrionale. A catturare l’attenzione dell’ascoltatore è l’immutata limpidezza del suono della tromba, caratterizzato da un fraseggio esile ma talmente potente nella sua poetica da contenere l’urlo di un uomo ancora non paco di tante battaglie affrontate su e giù dal palco.

La cronaca del concerto viene raccontata, tra gli altri, dal giornalista Marco Molendini, assiduo frequentatore negli anni Settanta del Music Inn, jazz club capitolino dell’amico Pepito Pignatelli. Così il giornalista descrive la musica espressa dal trombettista afro-americano – “Davis parla difficile, ha costruito un telaio raffinato e complesso, elegantissimo intellettualmente, pieno di sottintesi e di silenzi, spesso talmente improvvisi e inaspettati da farsi ascoltare come se non potessero essere che lì…”

Due anni dopo, il 6 luglio del 1984, Miles Davis si esibisce davanti a diecimila persone in Piazza Europa a Terni, nell’ambito del Festival di Umbria Jazz. Il trombettista sarà ospite della rassegna umbra nel 1985, 1987 e 1989.

Nell’estate del 1986 Miles Davis aveva fatto tappa a Roma nell’ambito delle sette date della tournée italiana. La cornice è quella della scalinata del Palazzo della Civiltà del Lavoro, nel quartiere dell’Eur.

Reduce dal successo dell’album You’re Under Arrest (Columbia Records), il trombettista trova un pubblico numeroso e accogliente in tutte le città italiane, tra cui Bari e Milano.

Ad accompagnarlo, guarda caso, una nuova formazione composta da giovani promesse della scena jazz-blues statunitense: il chitarrista Robben Ford, allora giovanissimo, il sassofonista Bob Berg, i tastieristi Robert Irving e Adam Holzam, il percussionista Steve Thorton e il batterista Vincent Wilbur, nipote del trombettista.

Il repertorio esprime la doppia cifra del percorso di Davis, con brani protesi verso le nuove tendenze del momento e altri già presenti nella scaletta dei primi concerti organizzati per il ritorno sulle scene nei primi anni Ottanta: “Jean Pierre”, “Time After Time, cover di un brano della cantante americana Cyndi Lauper, “Street Scenes”.

Nell’intervista rilasciata a Marco Molendini∗, il trombettista chiarisce la sua idea a proposito della rivisitazione di brani estrapolati dalla scena pop – “Prendo quello che mi piace, che sento vicino… Time after Time, per esempio. Quando l’ho registrata tutti mi chiedevano: perché l’hai scelta? E le stesse cose le hanno dette quando volevo registrare Porgy and Bess, tanti anni fa. Se un pezzo mi colpisce sento come un brivido…”

A quattro mesi di distanza, a novembre, Miles Davis è di nuovo in concerto in Italia, stavolta a Bologna, a seguito della pubblicazione dell’album Tutu (Warner Records). La formazione vede il ritorno del bassista Darryl Jones, reduce dall’esperienza col cantante e bassista Sting, e l’inserimento del chitarrista Garts Webber.

Nell’estate del 1991, Miles Davis intraprende un nuovo tour in giro per il mondo. All’inizio di luglio, nell’ambito del Switzerland’s Montreux Jazz Festival, suona materiale estratto dagli album incisi con Gil Evans, Miles Ahead, Porgy and Bess e Sketches of Spain, accompagnato da una formazione orchestrale diretta da Quincy Jones.

Qualche settimana dopo, il 23 luglio, il trombettista si esibisce allo Stadio Olimpico di Roma. Ad ascoltarlo ci sono ventimila spettatori.

L’ultimo sussulto concertistico della straordinaria vita musicale di uno dei più influenti musicisti e compositori del ‘900 avviene appena un mese dopo, il 25 agosto, all’anfiteatro Hollywood Bowl. Il 28 settembre, a seguito di due colpi apoplettici, muore in un ospedale di Santa Monica in California.

La sua scomparsa lascerà nel panorama musicale un vuoto incolmabile e nel contempo un’eredità artistica che, ancora oggi, continua ad essere fonte di ispirazione formale ed estetica per strumentisti e compositori di ogni genere e stile.

Paolo Marra

∗ Miles Davis – The Complete Illustrated History (Voyageur Press, 2012),
∗ Il Messaggero” (27 aprile 1982)
∗ Il Messaggero (10 luglio 1986)

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