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Musica nera, tra sacro e profano
Quando a metà degli anni cinquanta inizia ad affermarsi il rock and roll presso il pubblico americano diversi critici musicali non tardano a indicarlo con tono spregiativo quale degenerazione della musica afroamericana, originariamente legata al blues rurale. In effetti il rock and roll aveva in parte levigato il carattere originario del blues arcaico, strettamente legato alla musica suonata dai progenitori prima della deportazione nelle Americhe degli schiavi africani. La musica africana svolgeva all’interno della comunità un essenziale ruolo sociale, ricreativo, religioso e comunicativo al fine di mantenere vive ed integre le tradizioni passate e presenti costruite intorno ad esperienze collettive e individuali dei componenti dei vari gruppi etnici.
Il bluesman accompagnando la voce con la chitarra assolveva ad un ruolo simile nelle comunità di schiavi di colore nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, anche se in questo caso il linguaggio diretto, che tradiva un approccio profano e meno religioso, si incentrava maggiormente su argomenti specifici concernenti l’individuo, come per esempio l’amore, il sesso, il tradimento, la ricerca della libertà.
Negli anni dieci del Novecento grazie all’affermazione del canto femminile avviene un rapido passaggio dalla forma arcaica del blues ad una variante raffinata e ricercata di questo genere musicale. Il fatto che siano state le cantanti di colore a dare vita a quello che viene additato come blues classico sottende un cambiamento culturale rilevante, nel quale l’espressività artistica prende le mosse da una ritrovata coscienza femminile. In aggiunta, alcuni caratteri del blues classico determinano il successivo sviluppo del jazz; per esempio le cantanti non accompagnano la voce con una chitarra come accadeva sovente nel caso dei colleghi maschi, ma si esibiscono davanti ad un pubblico pagante nei teatri o in altri spazi di aggregazione con grandi band di strumentisti. Come scrive il critico musicale Ted Gioia nel libro Storia del Jazz (EDT, pag. 20), “Il blues da un’arte popolare si evolve in una forma di intrattenimento di massa”, anticipando ciò che avverrà nell’Era dello swing con il jazz e negli anni cinquanta e sessanta con il rock and roll e rhythm and blues.
È indicativo il fatto che le cantanti di blues classico – Ma Rainey, Bessie Smith, Mamie Smith – raggiungano il successo prima dei bluesman. Al raggiungimento di questo traguardo contribuisce non solo l’esibizione dal vivo, ma in maniera più diretta la registrazione fonografica. Quando la casa discografica Okeh nel 1920 pubblica con successo la registrazione “Crazy Blues” di Mamie Smith, altre etichette seguono a ruota il trend lanciando sul mercato i race records, dischi destinati ad un pubblico di colore, in particolare di artiste attive nell’ambito del blues. Soltanto in un secondo momento, tra il 1920 e il 1924, le case discografiche abbandoneranno il blues classico in favore di quello rurale. Mettono in campo una ricerca capillare di musicisti di blues nelle zone o città dove vivono per portarli in studio per incisioni, a volte registrandoli direttamente in loco. A seguito di ciò vengono scoperti e proposti al pubblico artisti contrariamente destinati all’oblio, quali Charlie Patton, Mississippi John Hurt, Blind Willie Johnson, Blind Willie McTell ed altri.
A metà degli anni cinquanta i principali esponenti del rock and roll sono Elvis Presley e Bill Haley. Quest’ultimo nel 1954 incide il brano “Rock around the Clock”, tra i brani più rappresentativi di quella stagione musicale. In rapida successione si palesano altre commistioni e trasformazioni di generi e sottogeneri nell’ambito della musica afroamericana: gli spirituals, jubilies o sermoni diffusisi nei decenni precedenti tra gli schiavi di colore nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti vengono contaminati con elementi rintracciabili nel jazz e blues, dando luogo alle gospel-songs. Di converso, quando il rock and roll si avvicina al gospel nasce il soul, non a caso additato come gospel profano. Nell’ambito strettamente jazzistico nasce l’hard bop e il funky jazz in cui il fraseggio strumentale maggiormente complesso e ruvido viene spogliato dalla drammaticità umana che aveva caratterizzato il bebop negli anni quaranta. L’approccio all’esecuzione dei brani diventa più terrena, provocante, ritmicamente eccitante mantenendo comunque quel carattere spirituale legato alle radici africane. Il continuo conflitto tra peccato e redenzione, tra sacro e profano alla base dell’intera storia della musica afro-americana.
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