Nel 1944, Norman Granz crea una serie di eventi denominati Jazz at the Philharmonic, durante i quali un folto gruppo di jazzisti presenti sul palco si confrontano e si sfidano sul terreno comune dell’improvvisazione virtuosistica, nel contesto di lunghe ed “infuocate” jam session.
Col primo concerto del JATP a Los Angeles, in un auditorium destinato alla musica classica, la concezione del jazz come forma di mero intrattenimento per i frequentatori di locali notturni lascia il passo in maniera definitiva alla sua affermazione artistica presso grandi platee di spettatori, dagli Stati Uniti all’Europa. In aggiunta a questo, il disco contenente la registrazione del concerto riscuote un clamoroso successo di vendite.
Le spiccate doti imprenditoriali unite ad una sconfinata passione per il jazz permettono al giovane Norman Granz di divenire in poco tempo, da semplice impiegato d’ufficio, un rispettato, dinamico e pragmatico impresario e produttore di numerosi nomi del firmamento jazzistico: Art Tatum, Billie Holiday, Dizzy Gillespie, Oscar Peterson, Ella Fitzgerald, Lester Young, Bud Powell, Coleman Hawkins, Ray Brown, Joe Pass, Benny Carter, Stan Getz, Roy Eldridge, Gene Krupa, solo per citarne alcuni.
In aggiunta, Granz fonda dapprima le etichette indipendenti Clef Records, Norgran Records e Down Home Records, per pubblicare le registrazione del JATP, e, in seguito, nel 1956, la Verve Records e nel 1973 la Pablo Records.
Come diversi anni prima aveva affermato con una certa sicumera davanti a Billie Holiday e Lester Young, Norman Granz si diete davvero “da fare per i jazzisti neri”, non soltanto ingaggiandoli per le sue ammirevoli e ingegnose iniziative concertistiche e discografiche, ma, soprattutto, tutelandone i diritti in termini di integrazione razziale e parità di salari in un ambiente artistico, culturale e sociale statunitense discriminante nei riguardi della comunità afro-americana.
Per raggiungere le finalità che sin da giovane si era prefissato, in primis incassare cospicui guadagni elargendo al pubblico musica di alto livello qualitativo, suonata da eccellenti strumentisti, Norman Granz si muove nel show business con audace prepotenza e la tracotanza di chi la sa lunga su come gestire la complicata macchina organizzativa dei grandi spettacoli concertistici e la promozione degli artisti venuti a rifugiarsi sotto la sua ala protettiva.
Tali tratti del suo carattere, che non lasciano indifferenti gli addetti ai lavori, costringendoli ad odiarlo o amarlo, verrano spesso fuori durante le tournée in giro per il mondo della sua creatura musicale Jazz at the Philharmonic.
La prima apparizione in Italia del giovane “uomo d’affari” americano avviene intorno al 1951. In quell’occasione incontra a Milano il noto critico musicale e organizzatore di festival jazz, Arrigo Polillo, per cercare un accordo sull’esibizione del JATF.
Per una questione di compensi troppi alti richiesti da Norman Granz, la riunione fissata nell’ufficio del produttore teatrale campano Remigio Paone si concluderà alla fine con un nulla di fatto.
Negli anni successivi, Norman Granz con al seguito il JATP torna diverse volte in Italia. In una di queste occasioni, nel maggio del 1958, la All Star di nuove e vecchie glorie del jazz statunitense si esibisce in quattro concerti divisi tra il Teatro Manzoni di Milano e il Teatro Sistina di Roma.
In quest’ultima location, però, il pubblico si trova ad essere spettatore del comportamento nevrotico quanto assurdo del produttore americano.
Tutto era iniziato con la richiesta perentoria di Normaz Granz di sospendere il concerto pomeridiano, disertato dal pubblico; pretesa naturalmente rimandata al mittente dagli organizzatori italiani.
Offeso e contrariato per il diniego e per il fatto di assistere all’esibizione dei suoi musicisti davanti a pochi presenti, Granz decide di far attendere il numeroso pubblico arrivato in teatro per l’inizio del concerto serale per ben cinquantacinque minuti su l’orario previsto, per poi interrompere improvvisamente la jam session dei musicisti presenti sul palco, tra cui i sassofonisti Coleman Hawkins e Stan Getz, adducendo la fine del tempo previsto a loro disposizione.
La reazione veemente del pubblico non si fa attendere, a cui l’impresario americano risponde con aria di sfida sedendosi a braccia conserte su di una sedia al centro del palco. Gli insulti e il lancio di oggetti lo inducono a ripararsi dietro le quinte.
Costretto da clausole contrattuali a mandare sul palco Dizzy Gillespie, Granz non risparmia un’ennesima beffa nei confronti del pubblico facendo suonare il suo assistito per solo tre minuti. Ma la battaglia giocata sui nervi innescata in maniera inspiegabile dall’impresario americano sembra non volere finire, col pubblico sul fronte opposto deciso a non lasciare il teatro.
Come riportato dal critico e giornalista Adriano Mazzoletti, “Alle tre del mattino Granz, scortato dalla polizia, riusciva ad abbandonare il teatro dall’entrata di servizio, giurando, pare, che non avrebbe mai più messo piede a Roma”.
In verità, Norman Granz tornerà a Roma l’anno successivo, sempre al Teatro Sistina, per accompagnare i suoi “protetti”, tra cui Ella Fitzgerald e Oscar Peterson, dimostrando ancora di essere quel determinato quanto intelligente impresario musicale innamorato dell’arte, del jazz come della pittura del suo amico Pablo Picasso.
Fonti bibliografiche: Billie Holiday – La signora del blues (1996 – Feltrinelli), Stasera Jazz di Arrigo Polillo (2007 – Polillo Editore), Il Jazz in Italia di Adriano Mazzoletti (2010 – EDT)




