Piano Solo – Libero Dialogo Musicale

L’esecuzione solistica rappresenta per il pianista una delle massime espressioni artistiche; attraverso lo scorrere naturale di pulsazioni, pensieri, emozioni, percorsi immaginativi e schemi logici introiettati, l’esecutore dà vita ad un totalizzante dialogo interiore. Per tale motivo il recital in piano solo è la diretta conseguenza di un’elaborazione critica cogente che permette al musicista di misurarsi con sé stesso, ribadendo e a un tempo mettendo in dubbio ciò che fino a quel momento si è realizzato. Quando questo avviene lo strumentista e il pubblico sono comuni partecipi di un momento liberatorio e catartico per la mente e i sensi.

Ogni pianista nel corso della sua carriera ha avvertito il bisogno di cimentarsi con tale tipologia di esecuzione in studio o in concerto prendendosi un momento di pausa, o meglio di riflessione, dal ruolo di leader o componente della sezione ritmica di un combo o di una formazione più allargata.

I risultati, in diversi casi, si sono rivelati eccellenti, testimoniati da dischi entrati di diritto nella storia del jazz moderno: Thelonious Monk Alone in San Francisco (1959) Conversation With Myself (1963) di Bill Evans, Piano Improvisation Vol. 1 & 2 (1971) di Chick Corea, Open to Love (1972) di Paul Bley, The Köln Concert (1975) di Keith Jarrett, Au Théâtre des Champs-Élysées (1994) di Michel Petrucciani.

Anche nel jazz italiano si ravvisano performance in piano solo che hanno fatto la “differenza”, non soltanto per riguarda l’eccellente livello esecutivo ed espressivo del musicista coinvolto, ma anche in riferimento alle situazioni contingenti, personali o storico-musicali durante le quali sono stati realizzate.

In questo articolo ci occuperemo in particolare del disco in piano solo The Day After The Silence del pianista e compositore Enrico Pieranunzi.

Inciso nel 1976, nel pieno del fermento della scena jazz romana, il disco è una personale ed intima rielaborazione della narrativa jazzistica dalle origini del blues al be-bop e hard bop, passando per le strutture modali.

In quel periodo Pieranunzi scopre suonando di saper comporre, di poter dare finalmente un’identità ben precisa alle sue idee, traslate gradualmente in cellule melodiche e ritmiche, motivi, abbellimenti e via dicendo.

Il processo non è causale, la scrittura musicale è meditata dall’ascolto dei dischi  di jazz e blues che il padre, Alvaro, tiene in casa.

Tra i primi chitarristi di blues in Italia, Alvaro Pieranunzi introduce il figlio alla scoperta delle radici del jazz moderno e a quello che si pone come trait d’union tra la tradizione delle origini della musica afro-americana e il be-bop, il sassofonista Charlie Parker.

La linea di congiunzione tra il blues e la realtà del quartiere popolare, dove il pianista cresce e muove i primi passi nell’avvicinamento allo studio e pratica del pianoforte, risiede nell’ambivalente essenza di questo genere musicale in cui convivono sfrenata gioia e tristezza, emarginazione e riscatto, solitudine e senso di appartenenza.Caratteri in qualche modo rintracciabili nella realtà urbana di Roma, allora come oggi, e per questo affini al sentire del giovane pianista.

In The Day After The Silence Enrico Pieranunzi esegue una serie di brani con istintiva energia, giovanile fisicità e padronanza tecnica desunta dagli studi in pianoforte classico maturati presso il Conservatorio di Reggio Calabria, terminati pochi anni prima.

Come sovente succede nelle performance solistiche, Enrico Pieranunzi in maniera inconscia si spinge avanti nel tempo con la composizione ed esecuzione del brano “The Mood is Good”, suggerendo quelle caratterizzazioni della scrittura ancora al di là da venire: scelta della scansione ritmica in 3⁄4, liricità delle linee melodiche mutuata dall’impressionismo musicale, equilibrio tra improvvisazione e musica notata.

È proprio questo il caso in cui il solista assurge a figura sussidiaria dell’organico orchestrale, in diretta corrispondenza del fatto di essere capace di utilizzare l’intera gamma timbrica dello strumento a sua disposizione, dal registro grave a quello acuto, di trovare soluzioni armoniche differenziate supportate da una totale indipendenza delle mani e dall’utilizzo della tecnica del walking bass, mutuata dai padri del boogie-woogie e stride piano.

Il lavoro discografico si segnala come “estraneo” al panorama jazzistico italiano dell’epoca monopolizzato dal free jazz e dai vari movimenti vicini alla sinistra extraparlamentare. L’arte non politicizzata viene guardata con sospetto, in particolare il be-bop, additato da una fetta maggioritaria di pubblico e critica come espressione del capitalismo americano.

Anche non mostrandosi estraneo alle istanze dei movimenti di sinistra, il pianista italiano è determinato a seguire una precisa direzione senza farsi influenzare da mode o passeggere posizioni, dando la priorità alla qualità della musica espressa.

Il disco pubblicato dall’etichetta Edipan del compositore e direttore d’orchestra Bruno Nicolai, collaboratore per molti anni del Maestro Ennio Morricone, riscuote un imprevisto successo di pubblico e critica sia in Italia che all’estero, in particolare in Francia, confermando le doti tecniche e di composizione di quell’intransigente e dotato ventisettenne pianista romano.

Paolo Marra

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