Esistono jazz club nei quali il passato sembra essere rimasto attaccato alle pareti, una sorta di magia ineffabile della memoria che il passare del tempo non ha potuto in nessun modo scalfire.
Il Village Vanguard di New York è indubbiamente uno di questi, se non altro per avere ospitato nell’arco dei decenni performance dal vivo entrate di diritto nella storia della cultura contemporanea.
Il proprietario del jazz club newyorkese, Max Gordon ha scritto – “Dopo aver mandato avanti un locale per tanti anni come io fatto con il Vanguard, uno scopre che il locale a poco a poco acquista una vita propria. Tu l’hai avviato, ci hai messo le tue idee, le speranze, i sogni. É la tua creatura, ma ora è cresciuta e vive per conto suo…”
Il Village Vanguard apre i battenti nel 1934 su iniziativa del giovane Max Gordon, in uno scantinato, ex mescita clandestina di liquori sulla Settima Avenue Sud a Manhattan nel quartiere “bohémien” del Greenwich Village.
Nella prima fase di attività il locale ospita poeti, autori, comici e intrattenitori sui generis, in linea con il movimento della cultura alternativa del quartiere newyorkese: Eli Siegel, Maxwell Bodenheim, Joseph Ferdinand Gould, Harry Kemp altri.
Ma anche attrici e attori, in seguito diventati famosi nell’ambito del cinema statunitense e internazionale, Judy Holliday e Woody Allen, e musicisti folk e blues tra i quali Richard Dyer-Bennet, Woody Guthrie, Leadbelly, Pete Seeger.
Dagli anni Cinquanta la programmazione del Vanguard viene dedicata esclusivamente alla musica jazz, per divenire negli anni a seguire la meta obbligata per affermati jazzisti e per altrettanti giovani talenti in cerca di visibilità.
A questo proposito Max Gordon racconta – “Incominciai a trovare jazzisti giovani ed entusiasti, passerotti, si può dire, ma che sarebbero volati lontano: Chick Corea, Herbie Hancock, Keith Jarrett, e altri ancora.
Intanto i ragazzini crescevano e si liberavano del rock’n’roll. Incominciarono ad avvicinarsi al jazz. Grandi jazzisti che durante gli anni difficili erano stati costretti ad andarsene a Parigi o a Stoccolma tornarono in patria e trovarono un nuovo pubblico pronto a riceverli.”
Numerose sono le personalità della scena jazz americana a salire sul palco del leggendario club a forma di diamante, tra questi, Dizzy Gillespie, Miles Davis, John Coltrane, Errol Garner, Coleman Hawkins, Dinah Washington, Charlie Parker, Count Basie, Thelonious Monk, Jim Hall, Art Blakey, Arnett Cobb, Sonny Rollins, Charles Mingus, Rahsaan Roland Kirk, Bill Evans, Dexter Gordon, Wynton Marsalis, Brad Mehldau, senza dimenticare l’Orchestra di Thad Jones e Mel Lewis, ospiti fissi dal 1965 ogni lunedì sera.
Entrati per il portone rosso ci si trovava, oggi le cose non sono cambiate, in un piccolo scantinato con tavoli e panche poste lungo le pareti, sulle quali spiccano vecchi strumenti, murales e ritratti di noti jazzistici, tra cui quello di John Coltrane, che nel jazz club del Village fece la sua ultima esibizione prima di morire.
La ridotta dimensione del jazz club facilitava senza dubbio l’interazione tra musicisti e pubblico in una sorta di continua comunione culturale. Negli anni Settanta anche Roma, al Music Inn di Pepito Pignatelli, guarda caso collocato in un umido scantinato in Largo Dei Fiorentini, si respirava un’atmosfera simile: ogni sera il pubblico si trovava a pochi metri dal piccolo palco sul quale musicisti jazz arrivati in Italia da oltreoceano si esibivano spesso con giovani strumentisti del posto. Spesso questi facevano parte degli stessi gruppi di giovani appassionati accorsi ad ammirare i loro beniamini americani.
Dopo quasi quarant’anni, uno di quei giovani della nuova leva jazzistica italiana, il pianista Enrico Pieranunzi, si ritrova a vivere un’esperienza inaspettata quanto straordinaria: suonare da assoluto protagonista là dove i suoi “eroi” musicali, ascoltati e a volte accompagnati nel jazz club romano, avevano tenuto concerti memorabili.
Tutto ha inizio con una email indirizzata nel 2009 dal batterista Paul Motian al pianista nella quale gli chiedeva la disponibilità a suonare al Vanguard insieme al contrabbassista Marc Johnson. Tempo dopo, mentre si trova nell’ex cucina del locale, Pieranunzi scopre parlando con la proprietaria del locale Lorraine Gordon che era stata lei a prendere l’iniziativa per quanto riguarda l’invio della email.
In seguito all’ascoltato di un brano del disco “Plays Domenico Scarlatti” trasmesso da Radio Jazz, Lorraine Gordon aveva chiesto a Paul Motian di contattarlo per esibirsi nel suo club. L’invito però aveva ritardato ad arrivare al destinatario perché Lorraine aveva “sentito l’annuncio del cognome di sfuggita” per riportarlo a Motian come “Petrosino”; di conseguenza il batterista aveva impiegato parecchio tempo a “collegare quel cognome” a Pieranunzi.
Come da tradizione, nel luglio del 2010 il trio rimane ospite del jazz club per un’interna settimana, eccetto il lunedì, giorno dedicato regolarmente all’esibizione della Vanguard Jazz Orchestra.
Cinque anni dopo, Enrico Pieranunzi viene invitato nuovamente dall’amica Lorreine Gordon e da sua figlia Deborah a tenere un concerto in occasione degli ottant’anni dall’apertura del famoso jazz club newyorkese.
La serie di esibizioni al Village Vanguard del 2010 rimangono, tuttavia, una perfetta “prima volta”, alla cui unicità contribuisce la triste scomparsa di Paul Motian, avvenuta nel novembre dell’anno successivo.
Il pianista romano descrive quell’esperienza come un “sogno inimmaginabile che dà forma alla realtà come le mie dita le davano ai suoni del pianoforte”.
Nota: Nell’arco dei decenni più di cento dischi vengono registrati dal vivo nel club newyorkese, alcuni di questi rimangono ancora oggi delle vere e proprie pietre miliari della storia del jazz. Esempi emblematici sono Sunday at the Village Vanguard del pianista Bill Evans e Live at the Village Vanguard del sassofonista John Coltrane, entrambi del 1961
Fonte bibliografica: Max Gordon. Dal vivo al Vanguard – Prima edizione 1994 – Il Saggiatore
