La lunga storia del Saint Louis si interseca con quella di altri jazz club e centri didattici della Capitale tracciando le coordinate di un nuovo modo di fruire il concerto dal vivo e al contempo di assimilare e mettere in campo metodologie di insegnamento del jazz progressivamente ottimizzate e adattate a bisogni e aspettative in divenire di docenti, allievi e pubblico.
A metà degli anni Settanta un gruppo di giovani frequentatori del Music Inn di Roma decidono di mettersi in società con la finalità di aprire un jazz club nei locali di un teatro dismesso a seguito di un incendio, situato in Via Del Cardello nel Rione Monti.
Per improntare la ristrutturazione del locale si affidano alle competenze di un giovane architetto, Mario Ciampà, anche lui appassionato di jazz. All’indomani dei lavori, il jazz club si presenta come un’ampia cantina con tanto di bar annesso.
Il gruppo di giovani, però, si divide tra i seguaci del jazz tradizionale e del be-bop, fattore determinante nel creare uno scontro di vedute sulla scelta dei musicisti stranieri da fare esibire nel jazz club. In seguito il locale viene chiuso per svariati mesi, finché lo stesso Mario Ciampà, per rientrare dei costi dei lavori approntati nella veste di architetto, non prende la decisione di acquistare le intere quote dell’impresa.
L’apertura del jazz club Saint Louis avviene nel periodo degli “anni di piombo”, contrassegnati da scontri violenti tra antagonisti e forze dell’ordine nelle strade del centro di Roma, degli sfondamenti perpetrati dagli “autoriduttori” ai danni dei teatri tenda e dei locali privati in nome della musica gratuita per tutti. Una controversa pagina della storia italiana, attraversata da un clima d’opinione esacerbato dalla gravità degli avvenimenti contingenti, durante i quali paradossalmente si assiste ad un fermento artistico portatore di libere iniziative e prese di posizione audaci e coraggiose finalizzate alla diffusione culturale ed artistica.
In tale contesto politico-sociale in continua evoluzione Mario Ciampà scommette su una proposta differenziata in termini di generi musicali, dal jazz tradizionale al be-bop passando per il free jazz; mette, inoltre, in essere una fitta rete di contatti con jazzisti di spessore internazionale, con i quali instaura un solido vincolo di fiducia: Dizzy Gillespie, Elvin Jones, Max Roach, Kenny Clarke, Richard Muhal Abrams, Lester Bowie dell’Art Ensemble of Chicago, Lee Konitz, Archie Sheep, Joe Pass, Steve Lacy, Freddy Hubbard, Charles Tolliver, David Murray. A questi si aggiungono jazzisti italiani quali Massimo Urbani, Enrico Rava, Paolo Fresu, Paolo Damiani, Bruno Tommaso, Tommaso Vittorini e altri.
Il Saint Louis jazz club presenta due elementi di rottura con la configurazione delle altre “cantine” aperte a Roma: la comodità offerta agli spettatori – vengono installate poltroncine da teatro – e l’apertura di una scuola di musica con corsi tenuti nel pomeriggio; gli insegnanti sono gli stessi musicisti che si esibiscono nelle ore serali nel jazz club, ricavato togliendo dei panelli utili a dividere gli ambienti del locale. Negli anni a seguire diversi studenti alla fine del percorso accademico decidono di dedicarsi all’insegnamento, alimentando così un circuito virtuoso di diffusione e apprendimento musicale.
Nel 1996, esaurita “l’avventura” artistica del jazz club, il Saint Louis diviene in toto uno spazio polivalente dedicato alla Scuola di Musica, con corsi dedicati non soltanto al jazz ma anche ad altri generi musicali, rock, pop e musica elettronica. Infine, con la direzione di Stefano Mastruzzi, dal 1998 il Saint Louis si è imposto come uno degli atenei musicali più prestigiosi a livello internazionale, anche in virtù di un crescente numero di iscritti ai vari dipartimenti musicali.
Nomi di spicco del jazz italiano hanno ricoperto o ricoprono il ruolo di docenti presso l’ateneo musicale della Capitale: Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Danilo Rea, Marcello Rosa, Umberto Fiorentino, Amedeo Tommasi, Rosario Giuliani, Giovanni Tommaso e molti altri. Unitamente ai corsi accademici vengono organizzati regolarmente seminari tenuti da figure prestigiose del panorama del jazz internazionale: Dizzy Gillespie, Paul Motian, Marc Johnson, Bob Stoloff, Fabrizio Bosso, Robben Ford, Peter Erskine, Marcus Miller.
Rimane sullo sfondo della storia decennale del Saint Louis la necessità di guardare con attenzione alla preparazione delle nuove generazioni di musicisti. Un manifesto programmatico rintracciabile nel nomen omen del jazz club prima e della scuola di musica dopo, per alcuni ispirato al nome di Luigi Toth, uno dei fondatori insieme a Mario Ciampà del jazz club Saint Louis, per altri un omaggio al trombettista americano Louis Armstrong.
