Scambio e partecipazione: lo spazio vitale del jazz

Il graduale passaggio dai locali cittadini alle grandi arene segna un netto cambiamento nella modalità di partecipazione del pubblico ai vari eventi di stampo jazzistico.

Esaurita l’onda idealistica del rock come musica di denuncia e rottura coi passati tabù istituzionali, nella seconda metà degli anni Settanta l’interesse della nuova generazione di ascoltatori viene polarizzata dalle avanguardie, il jazz-rock e il progressive-rock; in sostanza, dai quegli ibridi fuori dagli schemi formali dettati da un’espressività libera e non convenzionale.

Sulla scia di tale tendenza mutuata dalla filosofia anti-consumistica fortemente politicizzata alla base della controcultura americana, in Italia si assiste alla crescente diffusione di raduni di massa, nei quali le nuove espressioni jazzistiche trovano un sempre maggiore seguito presso il pubblico. Emblematico il caso del Festival di Umbria Jazz, nato nell’estate del 1973 su iniziativa di Carlo Pagnotta e Alberto Alberti: un gran numero di giovani partiti da diverse parti d’Italia, sulla scia del mega raduno di Woodstock, invadono le strade delle cittadine umbre, Perugia, Terni e Gubbio, per partecipare al festival gratuito ed itinerante provocando problemi di ordine pubblico.

Si fa largo tra la nuova platea di appassionati di musica un crescente, quanto inaspettato, interesse verso il jazz, fino ad allora prerogativa di un numero ristretto di habitué dei jazz club cittadini. Ciò era dovuto a molteplici fattori: aumento esponenziale della produzione discografica di settore, comprendente anche riedizioni di passate incisioni, incremento del numero dei negozi di dischi presenti nelle città italiane, dove acquistare l’ultimo lavoro discografico del musicista appena ascoltato dal vivo, iniziative editoriali volte alla pubblicazione di collane, monografie, biografie e raccolte d’interviste dedicate ad importanti personaggi del panorama jazzistico.

La Fabbri Editori e la Casa Editrice Curcio, per esempio, mettono in commercio l’enciclopedia (o dizionario) della storia del jazz, con tanto di microsolco allegato; l’iniziativa si rivela un successo, con numerose copie vendute nelle edicole.

Inoltre, si assiste ad un sensibile aumento degli iscritti alle neonate scuole di musica fondate in diverse città italiane, con corsi di jazz a prezzi ridotti. Solo a Roma se ne possono contare otto, tra cui, la Scuola Popolare di Musica di Testaccio, il Centro Saint Louis, la Scuola Popolare di Musica “Il Politeama” e Scuola di Mentana.

I jazz club cittadini avevano ricoperto la funzione di apripista per la diffusione del jazz in Italia, innescando al contempo una modalità di scambio sociale e artistico a bassa dispersione, dettata dal contatto diretto tra pubblico e musicisti sul palco.

A Roma se ne contavano diversi, Music Inn di Pepito Pignatelli, Murales, aperto da una cooperativa di ragazzi, Mississippi dei fratelli Toth, Saint Louis gestito da Mario Ciampà, Ziegfield, fondato da un gruppo di ragazzi appassionati di Blues.

Paradossalmente, con la graduale crescita dell’interesse del pubblico verso la proposta jazzistica si assiste all’intensificarsi delle criticità legate alla gestione dei jazz club cittadini; per non perdere la clientela, i proprietari dei locali devono confrontarsi con la sfida di bilanciare i bassi prezzi dei biglietti con l’aumento dei cachet dei gruppi o solisti stranieri, dovuto ad una maggiore richiesta sul mercato. Contribuisce in larga misura all’avvio di questo cambio di passo nell’organizzazione degli eventi concertistici, l’entrata in campo di noti marchi commerciali nella sponsorizzazione dei jazz festival, al fine di sopperire alle inveterate lacune istituzionali per quanto riguarda i fondi destinati a questa tipologia di spettacoli.

A partire dai primi anni Ottanta, cambia gradualmente il profilo del frequentatore delle varie rassegne e festival jazz in Italia: esigente, culturalmente preparato, curioso, attento ad approfondire per “sapere” e disposto a pagare il biglietto.

Oggi quest’ultimo aspetto potrebbe apparire palesemente scontato, ma assume tutt’altra rilevanza se si tiene conto della pressante e a volte violenta rivendicazione del diritto alla “musica gratuita” per tutti portata avanti, negli anni Settanta, dagli autoriduttori frangia antagonista del pubblico giovanile legata alla sinistra extraparlamentare e al movimento di Autonomia Operaia. Le loro iniziative si caratterizzano per violenti scontri con polizia, lancio di oggetti, non di rado molotov, e sfondamenti perpetrati ai danni dei luoghi deputati all’esibizione dal vivo di musicisti italiani e stranieri, palasport, teatri tenda ma anche jazz club.

Aspetto non meno importante, negli anni a seguire le dinamiche di percezione del pubblico divengono più marcatamente focalizzate sul singolo soggetto, seduto comodamente in poltrona o su una sedia all’aperto nei mesi estivi. Non sorprende, quindi, il successivo ingresso del jazz all’interno di teatri lirici e stadi, in molti casi col tutto esaurito ai botteghini.

Dagli anni Novanta si assisterà all’affermarsi di luoghi deputati all’ascolto del jazz con caratteristiche acustiche e spaziali simili a quelli dedicati alla musica classica e sinfonica.

Il graduale cambiamento delle caratteristiche relative al fruitore di eventi concertistici pone l’accento sul ruolo determinante giocato dagli spazi di aggregazione sulla percezione a livello psicologico, sociale e, non ultimo, spirituale della musica dal vivo.

In funzione di ciò, il jazz assume un ruolo di interconnessione tra soggetti diversi, amplificatori consapevoli o inconsapevoli del continuo dare e ricevere alla base dell’evoluzione artistica di ogni epoca.

Nota: I promotori del movimento degli “autoriduttori” includeva Marcello Baraghini, titolare dell’agenzia di controinformazione Stampa Alternativa, e Giulio Tedeschi, editore della rivista di cultura underground Tampax. Convinti del fatto che la cultura dovesse essere accessibile a chiunque in maniera gratuita gli “autoriduttori” reclamavano, spesso in maniera violenta e intimidatoria nei confronti di musicisti e organizzatori, il diritto di assistere ai concerti senza pagare il biglietto

Paolo Marra

Nella foto, la prima edizione del 1973 del Festival di Umbria Jazz

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