Intervista a Alessandro Mammola

Alessandro Mammola, Diplomato in Chitarra Pop al Saint Louis con 110 e lode (luglio, 2020).

Chitarrista, produttore e turnista italiano, Alessandro Mammola è attivo sulla scena rock e metal internazionale con gli Alterium, i Draconicon e Robin McAuley.

Ha pubblicato album per AFM Records e Inner Wound Records, esibendosi in Europa, Stati Uniti e Giappone. Come Session Musician collabora con Frontiers Music Srl, registrando chitarre per artisti di fama internazionale e prendendo parte a produzioni discografiche di rilievo.

Intervista a Alessandro Mammola diplomato in chitarra pop rock al Saint Louis

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Intervista a Alessandro Mammola diplomato in chitarra pop rock al Saint Louis

Ciao Alessandro!

Quando hai deciso di studiare al Saint Louis?

Frequentavo la seconda media quando capii di voler intraprendere un percorso accademico musicale di alto livello. Informandomi sulle migliori realtà italiane, scoprii il Saint Louis e da quel momento divenne il mio obiettivo.

Cosa hai studiato e quali sono i ricordi più belli che porti con te negli anni della formazione al Saint Louis?

Ho studiato Chitarra Pop, partendo dal pre accademico e arrivando al diploma di laurea di I livello. I ricordi più belli rimangono sicuramente legati alle lezioni col Maestro Antonio Solimene, che mi hanno arricchito non solo come musicista ma anche come persona, quelle con il M° Pierpaolo Principato, Marco Manusso, Antonio Affrunti, ed ultimo, ma non meno importante, con il mio insegnante di strumento, William Stravato. Ero molto concentrato sul mio percorso e facendo il pendolare, viaggiavo, studiavo e ripartivo, quindi non ho molti aneddoti da raccontare. Col senno di poi, forse mi sarei concesso di vivere un po’ di più anche la vita universitaria.

Da dove nasce la tua passione per il Metal?

È nato intorno ai 14 anni, quando passai dall’ascoltare i Pooh (fu grazie a Dodi Battaglia che mi appassionai alla chitarra), Green Day, Guns N’ Roses, Deep Purple agli Iron Maiden e Judas Priest e così via. Vedere quella tecnica sullo strumento e soprattutto sentire quell’energia che solo il metal sa sprigionare fu come vedere una scintilla al buio, quella era la via.

Ad oggi, hai due band, raccontaci di più su questi due progetti.

Suono con gli Alterium, un quintetto power metal, il nostro primo disco “Of War and Flames” è stato pubblicato da AFM Records (GER), suoniamo in tanti festival europei importanti, abbiamo suonato anche negli Stati Uniti al ProgPower US, uno dei festival più iconici al mondo per i cultori del genere. L’anno scorso il primo tour europeo di spalla alla formazione storica dei Rhapsody, ad agosto 2026 saremo in Giappone, a Tokyo. Non male, insomma, per una band che esiste da soli 3 anni. L’altra mia band sono i Draconicon, un mix tra Symphonic e Power con sfumature Modern, due dischi pubblicati con Inner Wound Records (SWE) “Dark Side of Magic” e “Pestilence”, svariate date in Italia tra cui il Metalitalia Festival e il South of Heaven Open Air in Repubblica ceca.

Quali sono state le tappe dei tour 2026 che ti sono piaciute di più e perché?

Sto letteralmente scrivendo in aereo di rientro dalla Svezia, abbiamo suonato al Time to Rock Festival, uno dei più bei festival ai quali abbia mai partecipato! Anche se il più importante per quest’anno sarà sicuramente l’Evoken Fest in Giappone. Le date di spalla ai Sonata Arctica che abbiamo fatto ad aprile – all’Orion Arena a Roma e al Live Club di Trezzo a Milano – sono state particolarmente belle, sentire il pubblico acclamarci devo dire che è stato sorprendente, non è affatto cosa scontata. Il rapporto tra il pubblico italiano e le band locali, specialmente se sono “di spalla” a gruppi famosi, non è storicamente una “comfort zone”. È stato inaspettato e per questo ancor più bello.

Quale formula hai trovato per avere un tuo equilibrio professionale e una tua sostenibilità economica?

Ho sempre insegnato in varie scuole, ho un mio studio di registrazione e ho lavorato anche come fonico live. Proprio nell’ultimo anno ho temporaneamente abbandonato l’insegnamento per una questione di prospettive. A meno che uno non insegni in una grande accademia come il Saint Louis, non esiste crescita né opportunità, e questo per chi ha una carriera in continua evoluzione, stimoli e traguardi, non è sufficiente, almeno per me… Ecco perché due anni fa ho deciso di investire nello studio di un altro campo che mi ha sempre affascinato, quello dell’informatica. Ho seguito corsi sul Machine/Deep learning e sull’Intelligenza Artificiale. Questo mi ha portato in pochi mesi ad una prima, seppur breve, occupazione in azienda come tecnico informatico.

Hai anche delle collaborazioni con alcune etichette discografiche. Quali sono e di cosa ti occupi? 

Ho diversi contatti e collaborazioni con alcune etichette italiane, la più importante e stimolante è senza dubbio Frontiers Music Srl, per la quale ho registrato recentemente le chitarre del disco di un cantante della Trans-Siberian Orchestra. Qualche mese prima ho lavorato alla compilation del trentennale dell’etichetta e sono stato anche invitato al party aziendale. Un’esperienza incredibile: in una sola sera ho avuto l’occasione di suonare con Ronnie Romero (Rainbow), Gus G (Ozzy Osbourne, Firewind), Ronnie Atkins (Pretty Maids), Jim Peterik (Survivor), colui che ha scritto “Eye of the Tiger”, per intenderci, e ultimo, ma non meno importante, Robin McAuley, al quale ho anche registrato le chitarre del disco due anni fa. Proprio quel McAuley dei MSG che scoprii grazie a William Stravato durante una lezione. Con lui ho suonato al Frontiers Rock Festival a Milano, al Rock The Sun a Barcellona e allo Zurbaran Rock Festival a Burgos. 

Com’è la situazione del Metal contemporaneo? Quali differenze noti in Italia e all’estero?

Si dice che il Metal sia come una blatta, sopravvive anche ad una bomba nucleare! Infatti, è un genere che dagli inizi ha subito molte contaminazioni, si è evoluto, anche adattato, ma non muore mai. Per quanto riguarda le differenze beh… All’estero esistono semplicemente più opportunità, più festival e un’industria strutturata. Band e artisti italiani hanno impiegato decenni per essere considerati allo stesso livello dei vari paesi centro-nord europei. D’altronde abbiamo sempre e solo esportato il Pop “alla Sanremo”, non avevamo credibilità.

Se avessi una bacchetta magica, cosa faresti per il Metal in Italia?

Non dovrebbe servire una bacchetta magica, basterebbe iniziare a dedicargli lo spazio che viene dedicato ad altri generi. Finché i vecchi media come radio e televisione lo bistratteranno verrà sempre visto in modo strano. Come se non esistessero i vari Sabaton o Powerwolf – tanto per citare qualche nome più attuale – che vincono dischi d’oro con questo genere. La Germania ha partecipato all’Eurovision con i Feuerschwanz, con i quali abbiamo suonato insieme al Metalitalia due anni fa, in Francia i Gojira hanno suonato alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi, per esempio. 

Qual è il tuo brano preferito che porteresti sull’Arca di Noè?

Visto che non l’ho citato mai in questa intervista, direi un brano di Yngwie Malmsteen, Rising Force

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