Intervista a Elisabetta Antonini

Elisabetta Antonini, corso professionale di Canto Jazz.

Cantante, band leader, arrangiatrice e compositrice. Firma con l’etichetta inglese Candid Records, vince il Top Jazz indetto dalla rivista Musica Jazz. Molto attiva nella scena jazzistica, partecipa a rassegne e festival in Europa, Asia e Sud America, presentando la propria musica oltre a un vasto repertorio che va dal jazz classico al contemporaneo.

Collabora con nomi di rilievo internazionale: Kenny Wheeler, Paul McCandless, Paolo Fresu, Javier Girotto, Nils Petter Molvaer, Michele Rabbia, Francesco Bearzatti, Maurizio, Giammarco, Dado Moroni, Roberto Gatto, Enrico Pieranunzi.

Intervista Elisabetta Antonini docente ed ex allieva Saint Louis

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Intervista Elisabetta Antonini docente ed ex allieva Saint Louis

Ciao Elisabetta!

Come e quando è iniziato il tuo percorso al Saint Louis?

Edda Dell’Orso, l’iconica voce di Ennio Morricone, mi suggerì di studiare con Cinzia Spata, ottima cantante e insegnante Iazz. Non sapevo cosa fosse questa musica e aspettai mesi prima di potermi iscrivere, andando a lavorare per mettere i soldi da parte per questa esperienza che sapevo importante. L’impatto col jazz, la musica che mi risuonava dentro, lo studio serio e meticoloso con Cinzia, sono stati decisivi: hanno acceso dentro di me il desiderio profondo di occuparmi di questa musica e diventare cantante professionista.

Cosa ha significato per te studiare al Saint Louis e vederlo crescere come accademia?

L’Accademia allora era una sola piccola sede già in grado di formare in modo serio e professionale. Mi sentivo una privilegiata, sapevo di studiare con musicisti fortissimi e preparati, che da subito hanno indicato la strada giusta: saper suonare uno strumento, avere curiosità e apertura stilistica, una visione ampia e profonda del Jazz, dedicare tutte le proprie energie per studiare al meglio. Oggi la scuola ha quattro sedi e un’incredibile offerta formativa, un colosso sviluppato da chi ha capito che oggi, come allora, al Saint Louis Playing is not a Game!

Quali sono le sensazioni più vivide che ricordi del frequentare e del vivere il mondo Saint Louis?

L’esperienza da studente è costellata di tanti bellissimi momenti di condivisione con i miei compagni di studi, oggi tutti professionisti di livello. Passavamo ore e ore a suonare, cantare, ascoltare, andavamo a tantissimi concerti, frequentavamo seminari estivi tenuti dai nostri insegnanti, ci scambiavamo libri, progettavamo gruppi e montavamo un’infinità di repertorio… momenti di formazione indimenticabili e molto emozionanti. Molti di quegli insegnanti poi sono diventati colleghi con cui ho collaborato e tutto questo è stato reso possibile perché l’Accademia ha creato le occasioni.

Quali sono le peculiarità dell’accademia che per te hanno fatto la differenza?

Già allora il Saint Louis proponeva un piano di studi articolato in modo piuttosto completo, non solo quindi un percorso sul proprio strumento ma una formazione sulla musica in genere e sul Jazz in particolare. Gli iscritti erano tenuti a frequentare i corsi teorici, di Lettura, Ear Training e Armonia, di Musica di insieme, Improvvisazione, in tempi in cui in una scuola di quartiere si sarebbe più o meno fatta la sola lezione di Canto. Inoltre, c’erano gli esami di fine anno e le esibizioni in contesti di prestigio.

Non solo allieva ma ad un certo punto anche docente di Canto Jazz presso il Saint Louis per 25 anni. Descrivi questo mestiere e questa lunga avventura.

Dopo l’inaspettata sostituzione del mio collega Pierluca Buonfrate, l’Accademia ha voluto inserirmi nel corpo docenti e ha fatto sì che trovassi un mio profilo con le mie specificità e attitudini, facendomi insegnare, oltre Canto Jazz, Improvvisazione Vocale e Coro Jazz, disciplina da me inaugurata e diventata poi in seguito materia obbligatoria.

Così ho avuto modo di crescere e perfezionarmi come musicista e docente, crescere generazioni di professionisti, incontrare tanti talenti da cui ho imparato moltissimo. Difficile separarmi da questa famiglia dopo tanti anni.

Raccontaci le esperienze più belle vissute al Saint Louis come musicista professionista.

Sicuramente le esperienze internazionali: tramite l’Accademia ho potuto insegnare in sette Conservatori europei e fare concerti a conclusione di residenze che includevano docenti e studenti del Saint Louis e di altre istituzioni ospitanti, nel segno dello scambio culturale. Queste sono state importanti occasioni professionali e momenti indimenticabili di condivisione, musica, risate, viaggi con i miei colleghi e amici del Saint Louis. 

Da sempre ti dedichi alla produzione artistica. In che modo questo si è conciliato con il tuo percorso al Saint Louis?

I miei insegnanti erano prima di tutto artisti, quindi sono stati di grande esempio per me. Ad appassionarmi era soprattutto la musica più che la voce, quindi per anni ho trascritto i brani e gli arrangiamenti che amavo, studiandoli e rielaborandoli, per dare vita a quattro album di mie composizioni e riletture originali, utilizzando organici insoliti, ambientazioni cameristiche, elettroniche, suggestioni letterarie. Il prestigioso Top Jazz per l’album The Beat Goes On è stato uno dei riconoscimenti più importanti di questo percorso artistico.

A quali progetti ti stai dedicando?

[R]Evolution, il progetto ispirato a figure rEvoluzionarie tra cui Salgado, Pina Bausch, Bukowski, che vede me e Alessandro Contini come autori e alla voce, Alessandro Gwis al piano, Michele Rabbia alle percussioni, Nils Petter Molvaer alla tromba, caratterizzato da suggestioni ambient, pop, New Jazz, sperimentali, ospitato da poco a Insulae Lab su invito di Paolo Fresu.

Under Her Eyes, omaggio alle compositrici della contemporaneità, di grande ispirazione per me, con Angelo Lazzeri, Andrea Rea, Marco Siniscalco e Alessandro Marzi. 

Cosa consiglieresti ad un allievo o allieva che sta studiando oggi al Saint Louis?

Di studiare più seriamente possibile, la formazione è fondamentale, ma anche vivere la musica, andare ai concerti, formarsi culturalmente, mischiarsi alle umanità, leggere, mantenere curiosità e apertura verso nuovi mondi, mondi veri, avere il coraggio di fare scelte proprie, personali e musicali, proteggersi dai condizionamenti, sviluppare e mantenere un approccio creativo allo studio e alla musica che possa renderlo/a unica, riconoscibile, non stancarsi mai di progettare e mettersi in gioco.

Qual è il tuo brano preferito che porteresti sull’Arca di Noè?

Impossibile rispondere. Posso dire però che c’è un brano che ha fatto da spartiacque, Corcovado. Lo cantai in un’audizione per entrare nel laboratorio tanto ambito di musica d’insieme nel mio primo anno al Saint Louis. La raffinatezza e la delicata malinconia di questa Bossanova mi avevano conquistato, così lo interpretai con tanto sentimento che l’insegnante colse qualcosa, mi inserì nel laboratorio e si occupò di me con occhi diversi, con una dedizione tutta speciale che per me fu l’inizio di tutto il resto.

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