Intervista a Roberto Sanguigni
Ciao Roberto!
Quando hai iniziato a suonare e com’è nata la tua passione per musica?
Sin da piccolo sono stato circondato ed attratto dalla musica (mio padre suonava il piano). Ho iniziato a suonare il basso all’età di 16 anni grazie ad un mio amico d’infanzia che aveva iniziato da poco a suonare la batteria e mi chiese di suonare insieme. Avevo un basso di mio padre in garage (un Eko degli anni 70’) e così iniziai a prendere lezioni nella scuola del mio paese; di lì a poco formammo il nostro primo gruppo che spaziava dal Punk al Rock, facendo cover dei Ramones, RHCP, Clash, Led Zeppelin, Hendrix ecc.
Quando hai capito che dovevi fare il musicista?
Quando ho iniziato a fare i miei primi live alle scuole superiori, nelle feste di istituto, mi è sempre piaciuto stare sul palco e comunicare con la musica, ma mi sembrava un sogno irraggiungibile.
Credo di aver realizzato di voler fare questo come lavoro, quando mi sono trasferito a Roma per studiare al Saint Louis, dove ho approfondito lo studio della musica ed ho iniziato a fare le prime esperienze lavorative conoscendo altri musicisti e compagni di corso che condividevano come me questa passione.
Quali sono gli artisti con cui hai avuto il privilegio di suonare e quali le venue che ti sono piaciute di più?
Una delle mie prime esperienze è stato lo spettacolo teatrale con Sergio Rubini e Paolo Sassanelli, dove musicammo testi popolari risalenti ai primi del 900’ della tradizione pugliese insieme al pianista/compositore Umberto Sangiovanni col suo progetto DauniaOrchestra.
Successivamente ho lavorato come turnista con artisti pop come Valerio Scanu, Federica Carta, Alessio Bernabei, Alex Wyse e Fulminacci.
Per quanto riguarda le venue credo che le più belle siano state il Vox a Nonantola (storico live club dove hanno suonato anche gli Oasis e moltissimi altri artisti) e poi sicuramente la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, una location spettacolare che riesce a creare una bolla di magia unica.
Prima studente e adesso docente del Saint Louis. Cosa ti ha fatto appassionare al mondo della didattica?
Ho scoperto la passione per la didattica quando ho iniziato ad insegnare, i primi anni sono sempre un po’ quelli di rodaggio dove cerchi una chiave ed un metodo per trasmettere ai tuoi allievi non solo le conoscenze ma anche la passione per la musica. La didattica per me è stata ed è tutt’ora molto stimolante. Oltre che insegnare ai miei alunni trovo molto costruttivo e stimolante confrontarsi ed imparare nuove cose anche da loro.
Sei il bassista “titolare” di Fulminacci. Ci racconti qualche retroscena del mondo del turnismo?
Suono con Filippo fin dal suo primo concerto nel 2019. Sono davvero fortunato e devo molto a questo artista che si sta costruendo un percorso solido e pieno di grandi soddisfazioni. È uno dei miei preferiti nel panorama musicale di oggi, suonarci e condividere palco ed esperienze con lui è davvero incredibile. Capita spesso di lavorare con artisti nel mondo del turnismo ma spesso ci si perde un po’ di vista quando finiscono i tour ed è una cosa che con Filippo non è mai successa perché è nato anche un legame umano ed una bella amicizia.
Come si organizza un tour? Com’è fatto il backstage organizzativo?
Ogni tour ha dinamiche interne diverse, ma a grandi linee c’è sempre una fase preparatoria dello show chiamata “allestimento”, cioè dove si fanno prove sia musicali che tecniche e si costruisce lo spettacolo curandone tutti i singoli dettagli.
L’ultimo che ho fatto è stato proprio con Fulminacci, dove abbiamo fatto una decina di giorni in una villa di campagna fra Marche ed Umbria e ci siamo letteralmente “chiusi” a provare tutto il giorno. In questo periodo abbiamo avuto modo di lavorare sui brani per riarrangiarli e costruire tutto lo spettacolo insieme ai tecnici che ci supportavano. È stata un’esperienza incredibile e molto formativa, è bello potersi dedicare alla musica h24 senza i vari impegni che si hanno nella vita quotidiana staccando dalla città.
La vita da turnista: pro e contro?
Credo che il mondo del turnismo italiano sia cambiato molto negli anni, come d’altronde è cambiata la musica ed il modo di farla. È sicuramente un mondo complesso che ha mille sfaccettature e non è sempre semplice lavorarci, ma quando sali sul palco si crea quella connessione con gli altri musicisti e con il pubblico che ti fa ricordare che sei nel posto giusto a fare la cosa più bella del mondo.
È un lavoro difficile da gestire a volte, ma anche molto dinamico, che ti fa conoscere tanti posti e tante persone.
A novembre 2024 hai suonato al Linecheck di Milano. Se dovessi scegliere 3 aggettivi per raccontarci come hai vissuto questa esperienza, quali sceglieresti e perché?
Il 22 Novembre 2024 ho suonato al Linecheck di Milano con Cigno, conoscevo già il festival dato che è uno dei più belli e stimolanti per la musica underground italiana ed internazionale. È stato molto stimolante conoscere ed ascoltare tutta la line up degli artisti che si sono esibiti in quel giorno e la calorosa accoglienza di Dino Lupelli, manager del festival e del Music Innovation Hub. Apprezzo molto il lavoro di Dino e tutto il suo staff che riesce a dare voce a progetti emergenti e sperimentali lontani dalle etichette major.
Se dovessi definire il Linecheck in tre aggettivi sceglierei:
- visionario: il festival esplora temi futuristici integrando musica, tecnologia ed arte, offrendo così la possibilità agli artisti di dare voce a nuove direzioni sonore. Propone infatti una varietà di generi musicali che spazia dal jazz all’elettronica dando modo di creare sinergie per un pubblico molto variegato.
- collaborativo: linecheck si distingue dagli altri festival nazionali per il suo approccio orientato alla connessione, favorendo dialoghi tra artisti, professionisti del settore e pubblico. È un punto d’incontro per creare sinergie e scoprire talenti emergenti.
- eterogeneo: la sua line up varia, spaziando tra generi e culture, rappresenta la varietà e la profondità del panorama musicale attuale, da artisti di nicchia a nomi internazionali, infatti il festival attira artisti, relatori e visitatori da tutto il mondo, creando un ambiente multiculturale e favorendo lo scambio di idee e prospettive diverse.
Chi è il tuo musicista del cuore e perché?
Ce ne sono davvero tanti, ma quello che più mi ha ispirato e fatto appassionare alla musica ed al basso elettrico è stato Flea dei Red Hot Chili Peppers. Oltre ad essere un bassista incredibile con un estro molto spiccato è anche un musicista a tutto tondo. I Red Hot Chili Peppers sono stati uno dei primi gruppi che ho suonato in saletta da ragazzo e per questo ci sono particolarmente legato.
Qual è il tuo brano preferito che porteresti sull’Arca di Noè?
Sceglierei un brano di Bob Marley, uno dei miei artisti preferiti che ho sempre ascoltato e che non è mai mancato nella mia playlist: So Much Trouble in the World.

