Intervista a Valentina Ramunno, musicista e compositrice jazz

Valentina Ramunno, Diplomata in Composizione e arrangiamento Jazz II livello e in Pianoforte Jazz I livello al Saint Louis College of Music.

Pianista, cantante, compositrice e arrangiatrice, una poliedrica musicista jazz che lavora sia a progetti personali sia come sidewoman e direttrice d’orchestra. Ha collaborato con musicisti come Paolo Fresu, Javier Girotto, David Linx, Maria Pia De Vito, Antonella Ruggiero, Roberto Gatto e con ensemble quali la Colour Jazz Orchestra e la New Talent Jazz Orchestra. Nel 2024 è stata premiata al Jazz Comp di Graz come “Miglior compositrice donna jazz” e ha vinto il Golden Prestige International Music Competition con “Echi di Brughiera-Fernweh”. Collabora con Gianluigi Giannatempo ed è docente di Arrangiamento, Composizione, Songwriting e Armonia al Saint Louis. È direttrice della Tribunal Mist Jazz Band, con cui si è esibita in festival internazionali come Umbria Jazz (2023, 2024, 2025).

Valentina Ramunno

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Valentina Ramunno musicista Jazz diplomata Saint Louis

Ciao Valentina!

Come è iniziato il tuo percorso nella musica e come hai conosciuto il Saint Louis?

Il mio contatto con la musica è avvenuto molto presto, avevo 5 anni quando ho cominciato a studiare Pianoforte Classico. Negli anni ho integrato lo studio del Canto Moderno, del Solfeggio (conseguendo anche il diploma come privatista) e poi successivamente suonando in laboratori a scuola. Erano già anni che studiavo in un’associazione musicale ed era ben chiaro che volessi proseguire questa strada, ma all’epoca conoscevo solo il Conservatorio e stavo pensando di espatriare, pur di studiare Musica moderna. Ho conosciuto il Saint Louis tramite un insegnante nella scuola di musica che frequentavo ai tempi del liceo. È stata una sorpresa scoprire la sua offerta formativa, dopo il primo Open Day ero già iscritta. Poi ho pensato bene di affrontare un percorso del tutto nuovo, quello del mondo del Jazz. Mi sono data una chance, all’epoca.

“Un musicista dovrebbe saper suonare quello che canta e cantare quello che suona”… cosa significa per te?

Questo è ciò che mi ha detto una volta un musicista e non ho fatto altro che pensarci da allora. Si pensa spesso che se sei musicista o cantante o fai una cosa o fai l’altra, senza pensare che le due cose sono strettamente collegate. La musica, come ogni forma d’arte, è un linguaggio, e di conseguenza mette in azione i lati del nostro cervello che sviluppano altamente la comunicazione e l’empatia. Come posso apprezzare Dante, se non ho la capacità di leggere e capire la poesia? La connessione tra Musica e Canto è esattamente questa.

Raccontaci meglio la tua caratteristica “ibrida” di musicista a tutto tondo e come questo tratto ti ha aiutato nel percorso professionale.

Sin da piccola, ero ossessionata dal “capire” e dall’idea di essere indipendente in quello che facevo: l’idea di dovermi affidare a qualcuno per potermi esprimere, senza capire come si facesse, mi terrorizzava. Poter approfondire diversi aspetti dell’essere musicista jazz, pianista, cantante, compositrice e, in ultimo, direttrice d’orchestra, mi ha dato la possibilità di capire a 360° cosa volessi dire e come, e anche come poterlo fare con la musica di altri autori. Con il tempo ho capito che fare musica non è solo essere indipendente, ma potersi fidare di se stessi e degli altri.

Cosa ti è piaciuto di più del tuo percorso al Saint Louis?

La cosa di cui sono più grata è sicuramente quella di aver potuto studiare con gli insegnanti e i musicisti più importanti del panorama internazionale: Pierpaolo Principato, Antonio Solimene, Gianluigi Giannatempo, Nina Pedersen, Vincenzo Presta, Marco Siniscalco, per citarne alcuni. Grata di aver potuto godere dei loro consigli (di cui tutt’ora spesso vado alla ricerca), ma soprattutto di aver potuto vivere esperienze lavorative sin dai primi anni. In particolare, l’ambiente orchestrale: è stata un’esperienza che mi ha insegnato tanti valori, la serietà nel mio studio e nel mio lavoro, la pazienza e la tenacia nell’intraprendere questa strada, la consapevolezza che ero impaziente di superare i miei limiti. È lì che ho compreso la bellezza di creare qualcosa di straordinario in gruppo, che il lavoro di squadra regala qualcosa di fenomenale.

La Big Band del M° Antonio Solimene, e successivamente l’incontro con Gianluigi Giannatempo, è stata una folgore nella mia carriera studentesca: ricordo di aver assistito per caso alle prove durante il mio secondo anno pre-accademico, e da allora non ho perso una prova, anche solo da uditrice. Successivamente, ho potuto viverre l’esperienza di orchestra sia da cantante che da pianista e da direttrice. Ci siamo esibiti all’Auditorium Parco della Musica con un fantastico concerto con Javier Girotto come ospite in una Cavea pienissima. L’esperienza della Pop Orchestra del M° Presta è stata “casa”: ricordo di aver atteso ogni settimana le prove con impazienza. Con questa formazione, abbiamo suonato al Teatro Eliseo con Antonella Ruggiero come special guest.

Mi piace pensare che tutti costoro mi abbiano dato gli strumenti per poter volare – e spesso rialzarmi dopo una caduta – anche nel momento in cui pensavo di non averne le capacità.

Attualmente di cosa ti occupi? Quali progetti stai seguendo?

Continuo nella mia attività di musicista jazz, cantante, compositrice e direttrice d’orchestra. Attualmente, sto scrivendo e arrangiando un mio progetto di musica originale, curando testi, composizioni e orchestrazione, che non vedo l’ora di portare alla luce. Collaboro con Danilo Blaiotta, un musicista fantastico e un grande amico, nel suo “Planetariat”, un progetto ispirato dalla poesia di Jack Hirschman, che si pone dalla parte della lotta alla difesa dei diritti umani. Sono l’attuale Direttrice d’orchestra della Tribunal Mist Jazz Band, una trentennale big band partenopea, precedentemente guidata dal M° Antonio Solimene, che mi ha poi successivamente passato il timone, a cui va tutta la mia gratitudine, con la quale ho partecipato lo scorso luglio a Umbria Jazz 2025. Collaboro in qualità di copista con il M° Gianluigi Giannatempo, di cui stiamo curando un progetto molto interessante con un ensemble Jazz del Nord Europa.Al contempo, collaboro con vari artisti nella scrittura di arrangiamenti e nella produzione di brani originali.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 

Continuerò nella collaborazione con vari artisti del panorama nazionale (Old Foxes and New Lions di Matteo Rossi con Javier Girotto, Ada Montellanico, Lello Panico, Claudio Corvini; Young Art Jazz Ensemble, Orchestra Italiana del Cinema, sotto la direzione di Mario Corvini).  Nel frattempo, sto lavorando ad un mio progetto di musica originale. In futuro, mi piacerebbe formare di nuovo una Pop Orchestra al Saint Louis e creare una mia Big Band. 

Quali sono le venue dove hai suonato finora? 

Ho avuto la fortuna di potermi esibire, e che la mia musica fosse eseguita, su alcuni dei palchi più importanti d’Italia, citando l’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Teatro Eliseo di Roma, il Festival “Time in Jazz” a cura di Paolo Fresu a Berchidda (SS), il palco centrale dell’Umbria Jazz in Piazza IV Novembre a Perugia, il teatro Metastasi di Prato per la rassegna “MetJazz 2024” a cura di Stefano Zenni, la rassegna “Retape” a cura di Ernesto Assante, i teatri Trianon, Bolivar e Acacia di Napoli, e alcuni importanti realtà europee, tra cui il Rataplan di Anversa, e il MUMUTH di Graz (Austria).

Se dovessi dare un consiglio a un/a allievo/a che vuole specializzarsi in Direzione e Composizione d’Orchestra?

Di essere curioso, paziente e di aprire mente, orecchie e cuore. È un percorso in continuo sviluppo, frutto non solo di studio personale, ma di contatto con le persone. Per poter raccontare qualcosa ed essere convincenti, bisogna essere in grado di empatizzare con l’autore e con l’ascoltatore. 

Chi è il tuo musicista del cuore?

Maria Schneider, tra tutti ha avuto un grandissimo impatto nel mio percorso. La sua capacità di toccare, di raccontare attraverso l’orchestrazione e la forte influenza non solo del Jazz, ma anche del Pop, del Folk e del mondo brasiliano hanno fortemente ispirato il mio modo di comporre e concepire la musica non come semplice estetica, ma come modo per raccontare e proiettare storie e ricordi – miei o di altri – semplicemente con una nota.

Qual è il tuo brano preferito che porteresti sull’Arca di Noè? 

“The end of the game” di Sting, nell’orchestrazione di Steven Mercurio.

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