Marcello rosa

“…Avevo cinque anni (1940) quando mi schiaffarono davanti a un pianoforte e nella mia sana ingenuità non lo reputai un castigo, anzi. Lo studiai abbastanza seriamente per sette anni, fino a quando, per un’improvvisa crisi di rigetto (la mia bravissima insegnante era molto esigente e severa e, forse, troppo anziana per me) piantai tutto; non volevo più studiare.

Tutto quello che riguardava la musica però continuava ad affascinarmi: dalle vetrine dei negozi con gli strumenti in mostra, agli spartiti, ai dischi che trovavo a casa, la radio, i libri di storia della musica, andare al Teatro dell’Opera, i film biografico-musicali (uno su Schumann mi sconvolse addirittura), ecc. Si trattava sempre di musica classica, ma qualcosa cominciava subdolamente a serpeggiare.

Cominciarono ad arrivare quegli ormai mitici film-rivista con le orchestre di Tommy Dorsey, Harry James, Xavier Cugat, Glenn Miller,….beh, non me ne perdevo uno.

Per i miei sedici anni mia madre mi regalò il “Savoy Blues” di Kid Ory (trombone, 1886 – 1973), tratto dal Dixieland Jubilee del ’47 (il Savoy Blues più swingante mai registrato); in un colpo solo capii che il “mio” definitivo strumento sarebbe stato il trombone e che la “mia” musica era il Jazz.

Tutto quello che fino allora avevo studiato, assorbito e cocciutamente cercato era servito a farmi comprendere e sentire intimamente quella musica. I suoni e i “colori” del jazz, il blues, lo swing, la possibilità di esprimersi autonomamente, mi erano ormai altrettanto familiari e indispensabili quanto il caffè e latte la mattina e da allora il jazz è diventato la mia vita.

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